DALLA REPUBBLICA DI WEIMAR
ALLO STATO NAZIONALSOCIALISTA
Il Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi
(Nationalsozialistiche Deutsche Arbeiter Partei, NSDAP) sorse
nell'immediato dopoguerra (1919) dall'embrione di un partito tedesco dei
lavoratori creato a Monaco nell'ambiente nazionalista e antisemita bavarese e
rappresentò all'inizio un modesto centro di aggregazione di reduci di guerra,
disoccupati, sottoproletari. Tra questi fece le sue prime prove come oratore
politico l'austriaco Adolf Hitler
(1889-1945), allora caporale della Reichswehr, che era d'altronde una delle
principali fonti di finanziamento della NSDAP. Divenuto di fatto capo del
partito nel luglio del 1921, dopo averne allontanato i promotori originari,
Hitler si propose come primo obiettivo l'allargamento del raggio d'azione del
movimento all'area regionale e culturale bavarese e poi all'intero territorio
del Reich: obiettivo pienamente raggiunto, come si sa, e che avrebbe segnato
indelebilmente la storia della Germania.
In ciò egli fu favorito dalla fragilità della neonata
Repubblica di Weimar, sorta dalle ceneri del Reich guglielmino dopo la disfatta
della prima guerra mondiale. Il primo tentativo di realizzare la
democratizzazione della società tedesca fu infatti impedito dalla tensione
permanente fra le istanze di cambiamento e di riforma e le spinte alla conservazione
e all'immobilismo, tipiche queste degli ambienti militari, fedeli al
tradizionale spirito "prussiano".
In campo economico, la Repubblica si trovava a dover
affrontare una situazione a dir poco disastrosa, a causa delle impossibili
condizioni di pace imposte alla Germania dal trattato di Versailles, tra cui il
pagamento di 132 miliardi di marchi oro come risarcimento dei danni di guerra;
il 1923 fu "l'anno inumano": si verificò allora uno dei più clamorosi
casi di inflazione che la storia ricordi. Alla fine di quell'anno il marco
valeva appena un trilionesimo del suo valore del 1914: in gennaio un dollaro
costava circa 18.000 marchi, 4,5 milioni in agosto e 4000 miliardi a novembre.
Ingenti patrimoni si ridussero a carta straccia, i redditi dei ceti medio-alti
crollarono, il livello di vita dei lavoratori divenne 4 o 5 volte inferiore
rispetto a quello d'anteguerra. «Vi furono giorni - racconta un testimone di
allora, lo scrittore Stefan Zweig - in cui il mattino pagai il giornale
cinquantamila marchi e la sera centomila... Si pagavano milioni per il tram; ci
volevano grandi carri da trasporto per distribuire i biglietti di carta alle
banche; quindici giorni dopo si trovavano tra la spazzatura biglietti da
centomila marchi che anche i mendicanti gettavano via come inutili. La stringa
delle scarpe costava più che in passato le scarpe stesse, o anzi più che un
intero negozio con duemila paia di scarpe; riparare il vetro di una finestra
costava in cifre più di quanto fosse costata la casa; un libro più che in
passato la tipografia e le sue macchine». La disoccupazione di massa incise sui
comportamenti collettivi e le coscienze, screditò la democrazia e, a causa del
senso di generale insicurezza che ingenerò nella popolazione, favorì i
dispensatori di ricette a buon mercato e il gioco degli speculatori politici
più demagogici.
La prima fase dell'ascesa della NSDAP si collocò
infatti negli anni delle conseguenze più immediate della pace di Versailles, in
cui la violenta reazione nazionalista alla politica alleata (in particolare
dopo l'occupazione francese della Ruhr nel gennaio 1923) rappresentò un facile
terreno di coltura per l'aggregazione attorno al piccolo partito degli elementi
più inquieti dell'ambiente reducistico, attratti com'erano dalla struttura paramilitare
con cui esso si attrezzava a combattere gli esponenti della Repubblica di
Weimar, i traditori del popolo tedesco, coloro i quali si erano macchiati
dell'infamia della "pugnalata alla schiena", un mito che la
propaganda nazista avrebbe sfruttato intensamente. Dal momento che le truppe
imperiali non erano state battute in aperta battaglia si riteneva, cioè, che la
sconfitta nella prima guerra mondiale dovesse attribuirsi alle agitazioni
operaie e ai socialdemocratici, che avevano sovvertito l'ordine istituzionale
interno, costringendo il Kaiser all'abdicazione e la Germania alla firma
dell'armistizio, e che poi si erano impadroniti del potere. Gli elementi
provenienti dalle fila dei reduci di guerra andarono a costituire i famosi
"corpi franchi" (Freikorps), incaricati di portare a termine
le violente azioni intimidatorie contro gli avversari politici.
Questa ostilità verso la Repubblica esplose
platealmente nel tentato Putsch (colpo di stato) di Monaco dell'8-9
novembre 1923, con cui Hitler, appoggiato dal generale della prima guerra
mondiale Erich Ludendorff
(1865-1937), si proponeva di occupare la città, ma che fu rapidamente sedato
dalle forze di polizia. Nel marzo del 1924 Hitler fu condannato a cinque anni
di carcere, ma alla fine dello stesso anno era già libero; in prigione scrisse
quello che sarebbe diventato la Bibbia del nazionalsocialismo, il Mein Kampf ("La mia battaglia"), in cui esprimeva
le sue teorie sulla superiorità biologica e razziale dei tedeschi e la
necessità per la Germania di conquistare uno "spazio vitale" (Lebensraum)
ad est.
Durante la sua detenzione, il partito, sciolto
d'ufficio, sopravvisse nell'illegalità e, quando Hitler fu scarcerato, vide
crescere i consensi nei propri confronti, grazie ad una sapiente propaganda,
organizzata prima da Hitler stesso poi da Joseph Goebbels
(1897-1945), all'abilità oratoria, al carisma e al fascino personale di Hitler,
acclamato come Führer ("capo", "guida") e oggetto di
un vero e proprio culto della personalità, agli appoggi dei grandi capitalisti
tedeschi, ostili a socialdemocratici e comunisti, ma anche alla forza d'urto
delle SA (Sturm Abteilungen, "Squadre d'assalto") e delle SS (Schutz
Staffeln, "Reparti di protezione"), le organizzazioni
paramilitari della NSDAP.
Dal 3% dei suffragi nelle elezioni per il Reichstag
del 1924, il Partito nazionalsocialista arrivò al 37,4% nel 1932: i nazisti
avevano la maggioranza relativa su tutti gli altri partiti con ampio margine di
distacco, erano la prima forza politica del paese. E così, dopo le dimissioni
dei deboli governi di Franz von
Papen (1879-1969) e Kurt
von Schleicher (1882-1934), il presidente del Reich, il vecchio
feldmaresciallo Paul von Hindenburg (1847-1934), si vide costretto a nominare
Adolf Hitler come cancelliere (30 gennaio 1933). La "rivoluzione"
nazionalsocialista era salita al potere: con essa spariva la democrazia in
Germania e nasceva uno Stato fondato e strutturato in ogni suo settore sui
principi ideologici nazionalisti e razzisti del suo nuovo Führer.
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