LA
GERMANIA E IL VOLK TEDESCO
INDICE
una fede germanica: gli ideologi del Volk
la
concezione hitleriana di razza
UNA
FEDE GERMANICA: GLI IDEOLOGI DEL VOLK
Il termine Volk è uno di quei
vocaboli tedeschi le cui connotazioni trascendono l'accezione specifica. Volk
è una parola assai più pregnante che non "popolo", dal momento che,
per i pensatori tedeschi, fin dall'inizio del Romanticismo germanico, sullo
scorcio del diciottesimo secolo, Volk denotava una serie di individui
legati da una "essenza" trascendente, volta a volta definita
"natura" o "cosmo" o "mito", ma in ogni caso
tutt'uno con la più segreta natura dell'uomo e che costituiva la fonte della
sua creatività, dei suoi sentimenti più profondi, della sua individualità,
della sua comunione con gli altri membri del Volk.
Le riflessioni sui valori fondamentali
del Volk e sui mezzi per fondare una nuova società tedesca "rigenerata"
nella sua essenza tramite essi si fecero più insistite nel XIX secolo, quando
vi furono le guerre d'indipendenza dall'occupazione napoleonica e,
successivamente, il processo di unificazione dello Stato prussiano. La stessa
solenne proclamazione del Secondo Reich bismarckiano, avvenuta nel 1870, lasciò
insoddisfatto un vasto strato della popolazione tedesca: si aveva la sensazione
che l'unificazione politica non avesse comportato quella consapevolezza
nazionale, quell'unità profonda di spirito cui molti aspiravano, ma si fosse
fermata ad un livello superficiale, prosaico. Di qui la costante tensione degli
intellettuali "nazional-patriottici" verso una "rivoluzione
spirituale". Il termine "rivoluzione" va inteso in un'accezione
particolare, poiché quella propugnata e desiderata da personaggi come Riehl,
Lagarde, Langbehn, Egidy (per citare solo alcuni degli ideologi del Volk
dell'800) non mirava affatto ad una trasformazione radicale della società
contemporanea e ad un rovesciamento delle classi dominanti, ma si imperniava
sull'erompere delle forze primitive della natura e della vita dello spirito del
Volk, sul ricostituirsi dei sani valori "tipicamente tedeschi"
minacciati dalla rivoluzione industriale, dal modernismo, dall'urbanesimo, dal
liberismo. Era, insomma, più un cambiamento interiore che storico, una
"rivoluzione conservatrice". Ed infatti coloro che abbracciavano
quest'ideale erano esponenti delle classi conservatrici che consideravano quale
nemico principale del Volk la classe "rivoluzionaria" per
eccellenza, il proletariato industriale, lo sciagurato prodotto della
modernizzazione.
Autentica depositaria dello spirito del Volk
tedesco era invece, per loro, la classe contadina, la quale viveva a stretto
contatto con la natura, da cui attingeva quelle virtù di integrità, genuinità,
sincerità, amore per la famiglia e per la terra natia. Numerosi romanzi
ottocenteschi fecero del contadino un eroe nazional-patriottico, un ideale
tedesco, il modello di un uomo giusto e semplice che vive in armonia con la
natura, sorretto da una fede spontanea e non rigidamente dogmatica.
Nei primi esempi di romanzi di tal
genere, le virtù dei protagonisti sono di natura pacifica e da tutti
riconoscibili. Ma, con l'avanzare del secolo, ecco gli autori attribuire ai
loro eroi paesani una caratteristica morale aggiuntiva, una combattività che li
rende assai meno amabili: nel carattere del "tedesco ideale" si
inietta insomma un elemento di forza, addirittura di crudeltà. Jürg Jenatsch,
l'eroe contadino dell'omonimo romanzo di Conrad Ferdinand Meyer (1876) è stato
definito il nazionalista che reca in sé il germe della prima guerra mondiale, e
in quest'affermazione c'è molta verità: Jenatsch nutre un vero culto per la
forza, augura la morte ai propri nemici, fa del suo meglio per dare attuazione
a tale desiderio, e benché combatta per la giusta e nobile causa
dell'indipendenza svizzera, l'accentuazione della violenza è tale da
trasformare la forza da mezzo tollerato in fine auspicabile di per sé. La
forza, prima invocata soltanto come extrema ratio, diviene così virtù
positiva e durevole. Nel suo Der Wehrwolf (1910), Hermann Löns portò la
glorificazione della violenza ai limiti estremi. I suoi "lupi" sono
contadini i quali, nel tremendo contesto della guerra dei Trent'anni, fanno
giustizia sommaria dei nemici propri e di quelli del Volk. In questo,
nulla di storicamente eccepibile, dato il truce periodo descritto; ma, col
progredire della vicenda, appare sempre più chiaro che la crudeltà dei
contadini non è una semplice necessità di autodifesa, ma costituisce anzi una
delle loro più valide e genuine virtù, tanto che i fatti di sangue sono
circonfusi di un'aura di soddisfatta approvazione, come quando un contadino,
rievocando i giorni dei lupi mannari, li definisce «così terribili eppure così
belli». Il tipo contadino, che assurse a modello dell'individuo genuinamente
nazional-patriottico, non soltanto incarnava, quindi, le virtù di semplicità,
giustizia e bontà, ma era anche affascinato dalla forza.
All'inizio, l'essenza del Volk e
l'appartenenza di un individuo ad esso o meno era questione di atteggiamenti
interiori: «Il germanesimo non consiste nel sangue, bensì nel carattere»,
affermava Lagarde, e quando egli scriveva ciò, non aveva ancora sentore di
quegli sviluppi dell'ideologia razziale che avrebbero portato all'equiparazione
di aspetto e forma esteriori da un lato, e dall'altro di qualità interiori,
spirituali, facendo degli uni il simbolo delle seconde. Tuttavia, citandolo,
scrittori successivi ebbero ad affermare che Lagarde aveva operato nel contesto
dell'ideologia razzista e che egli aveva semplicemente posto in risalto gli
atteggiamenti interiori della razza ariana.
Il Volk e i suoi membri erano gli effettivi
recipienti di una spiritualità in perenne rinnovamento e di ogni creatività. Il
Volk era il regalo di Dio. Ogni individuo era posto in diretto contatto
con Dio, e al Volk tedesco era riservata una rivelazione spirituale più
profonda, una comunicazione con il creatore più efficace di quella di altri
popoli. Ciò presuppone un'altra tendenza dell'ideologia nazional-patriottica,
quella a sostituire alla persona e alla funzione del Cristo l'idea del Volk:
tra il Volk e il Dio dell'universo esisteva un rapporto diretto, non
mediato; la religione germanica era concepita come mistica unione di individuo,
Volk e cosmo.
In seguito, però, le idee razziali
assunsero sempre maggiore importanza. Razza e vitalità della natura erano
considerate entità equivalenti e, a sostegno di questa concezione, si citava
Benjamin Disraeli, il quale affermava che «la razza è tutto». Ne conseguiva
che, essendo natura e razza identiche, lo spirito vitale germanico non poteva
che avere carattere razziale, e tutte le virtù nazional-patriottiche, le
fisiche come le spirituali, erano infatti considerate eterni doni naturali
trasmessi per via ereditaria, col sangue. L'aspetto esteriore del Volk,
che trovava espressione nel fisico, recava l'impronta delle qualità interiori,
il marchio dell'anima: per questo la fisiognomica fu considerata in quel
periodo una valida scienza.
In conclusione, l'ideologia
nazional-patriottica era una conseguenza dei profondi e rapidi mutamenti della
Germania di fine '800 ed era interprete delle inquietudini delle classi sociali
conservatrici di fronte alla modernità: partendo dalla premessa romantica del
primato delle emozioni, affermava che solo la natura interiore, spirituale
dell'uomo, opportunamente circoscritta dal Volk, poteva trasformare la
deprecabile realtà contemporanea. Non lo Stato, dunque, bensì il Volk
aveva il ruolo principale nell'edificazione della nazione tedesca. E importanza
primaria veniva attribuita alle insuperabili differenze razziali, ritenute
segni di una superiorità propria dei tedeschi.
Il senso di disappunto e di delusione
degli intellettuali romantici e nazional-patriottici assumeva spesso la forma
di nostalgia per un capo (Führer) che realizzasse spietatamente le
aspirazioni del Volk: lo scrittore viennese Guido von List, ad esempio,
invocava l'apparizione del «grande che viene dall'alto».
LA CONCEZIONE HITLERIANA DI "RAZZA" E VOLK:
MEIN KAMPF
«Sarebbe umano e naturale che lo Stato
ponesse la razza alla base dell'esistenza generale. Lo Stato deve curare che la
razza resti incontaminata.»
Nell'anno di carcere che seguì al
fallimento del Putsch di Monaco del 1923, Hitler ebbe modo di elaborare
in un libro destinato a rimanere sinistramente famoso, Mein Kampf
("La mia battaglia"), le sue idee sul destino della Germania, sulla
missione della razza tedesca, sull'indispensabile battaglia da condurre contro
il liberalismo, la democrazia, il socialismo e, soprattutto, contro il mondo
ebraico.
Nella sua opera Hitler riprendeva motivi
e autori (gli ideologi nazional-patriottici, Alfred
Rosenberg, H.S. Chamberlain) emersi nella cultura tedesca
ed europea dei precedenti decenni ed adottava come punto di osservazione della
storia passata e futura il criterio della razza. Le vicende umane erano, a
giudizio di Hitler, interpretabili come un eterno conflitto tra le razze
superiori - in primo luogo la razza ariana, rappresentante di un ideale più
elevato di umanità - e le razze inferiori, materialistiche e barbare. Il
concetto hitleriano di razza era strettamente biologico-genetico, tralasciando
in parte le implicazioni spirituali e morali che pure avevano caratterizzato la
cultura völkisch ("del Volk") diffusasi nella Germania
ottocentesca.
Il popolo tedesco, in quanto
rappresentante più alto e nobile della razza ariana, doveva adempire la sua
"missione" di potenza e di dominio: il fulcro del programma
hitleriano era costituito dal concetto di "spazio vitale" (Lebensraum),
il diritto, cioè, della razza superiore a disporre di territori
sufficientemente vasti per le proprie esigenze di crescita e di prosperità,
all'interno dei quali altri gruppi etnici avrebbero dovuto vivere in condizione
di subalternità. Concretamente Hitler prospettava un'espansione della Germania
nell'est europeo.
Mein
Kampf (da
A.Hitler, La mia battaglia, trad. di B.Revel, Bompiani, Milano 1940)
LA
DOTTRINA DELLA RAZZA
[...] la Weltanschauung popolare ravvisa
l'importanza dell'umanità nei suoi elementi originari razziali e vede nello
Stato principalmente un mezzo per raggiungere un fine, che è poi la
conservazione dell'esistenza razziale dell'uomo. Per questo essa non crede
affatto all'uguaglianza delle razze ma riconosce nella loro differenza dei
valori superiori ed inferiori, per cui si sente in dovere, conforme alla
Volontà eterna signora di questo universo, di promuovere la vittoria del
migliore, del più forte e di effettuare la sottomissione del peggiore e del più
debole. Essa rispetta quindi soprattutto il principio aristocratico insito
nella natura e crede che la validità di questa legge si estenda sino alla
sostanza dell'ultimo individuo. Essa non solo scopre la differenza di valore
tra le razze ma anche tra i singoli uomini.
[...] esiste un solo sacrosanto diritto
dell'umanità, che è allo stesso tempo un vincolo morale sacrosanto e cioè
quello di far sì che il sangue venga mantenuto integro per assicurare la
possibilità di uno sviluppo più nobile di questa esistenza mediante la
conservazione degli uomini migliori.
Quindi uno Stato popolare dovrà in primo
luogo strappare il matrimonio da un livello in cui esso non è che una perpetua contaminazione
della razza per consacrarlo invece a quelli che sono i veri compiti
dell'istituto matrimoniale, ossia la produzione di immagini di Dio e non di
orribili incroci tra l'uomo e la scimmia.
Ciò che noi vediamo oggi, in materia di
cultura o d'arte o di scienza o di tecnica, è quasi esclusivamente il prodotto
geniale dell'ariano. E ciò ci conduce alla conclusione ovvia che egli solo è
stato il fondatore dei valori umani più alti, e rappresenta quindi il prototipo
di ciò che noi designiamo con la parola uomo. [...]
Se si potesse dividere l'umanità in tre
specie: fondatori di cultura, portatori di cultura e distruttori di cultura, il
rappresentante della prima non potrebbe essere che l'ariano. [...]
Popolazioni ariane sottomettono [...]
popoli stranieri e sviluppano, stimolate dalle situazioni speciali dei nuovi
territori (fecondità, situazione climatica, ecc.) e favorite dalla quantità
delle riserve degli uomini di razza inferiore, le loro qualità spirituali e
organizzative [...]. E producono, spesso, in pochi secoli, delle culture che in
origine corrispondono perfettamente alle caratteristiche peculiari della loro
natura, adattate alle qualità del territorio, come anche alla tipologia dei
popoli sottomessi. Finalmente, i conquistatori peccano contro il principio
della conservazione del proprio sangue, cominciano a unirsi agli indigeni
sottomessi, e terminano così la loro esistenza; perché al fallo è sempre
seguita la cacciata dal paradiso.
Dopo 1000 anni o anche più, si vede
ancora l'ultima traccia dell'antico popolo di padroni in una carnagione più
chiara, che il suo sangue ha lasciato in eredità alla razza sottomessa, e in
una cultura raggelata, che esso aveva fondato. [...]
Allo stesso modo la formazione di culture
superiori presupponeva l'esistenza di uomini inferiori, in quanto la mancanza
di strumenti tecnici doveva essere con questi sostituita. Certo, la prima
cultura dell'umanità non poggiava tanto su bestie addomesticate, quanto
sull'impiego di uomini inferiori.
[...] Solo dei pacifisti vaneggianti
possono considerare ciò come un segno di malvagità umana; e non sanno vedere
che quella tappa fu necessaria per giungere finalmente a un livello, dall'alto
del quale questi apostoli possono offrire al mondo le loro ricette di salvezza.
[...]
Non è dunque un caso se le prime culture
sono nate là dove gli ariani, nell'incontro con popoli inferiori, han potuto
sottometterli. Questi sono stati i primi strumenti tecnici al servizio di una
futura cultura.
Chi parla d'una missione del popolo
tedesco sulla Terra, deve sapere che questa può solo consistere nella
formazione d'uno Stato ravvisante il suo compito supremo nella conservazione e
nell'incremento degli elementi più nobili, rimasti illesi, della nostra
nazione; anzi dell'intiera umanità.
Con ciò lo Stato riceve, per la prima
volta, un alto intimo scopo. Di fronte alla ridicola parola d'ordine di
assicurare la calma e l'ordine onde rendere possibili reciproci imbrogli,
appare una missione realmente elevata, quella di conservare e promuovere
un'umanità superiore [...]
Il Reich tedesco deve, come Stato, comprendere tutti i
Tedeschi, col compito non solo di raccogliere e conservare di questo popolo i
più preziosi fra gli elementi originarii di razza, ma di sollevarli, con
lentezza ma in modo sicuro, ad una posizione di predominio. [...] Lo Stato
nazionale [...] deve mettere la razza al centro della vita generale. Deve
darsi pensiero di conservarla pura. [...] Deve fare in modo che solo chi
è sano generi figli, che sia scandaloso il mettere al mondo bambini quando si è
malati o difettosi, e che nel rinunziare a ciò consista il supremo onore. Ma,
viceversa, deve essere ritenuto riprovevole il sottrarre alla nazione bambini
sani. [...] Basterebbe impedire per sei secoli la capacità e la facoltà di
generare nei degenerati di corpo e nei malati di spirito per liberare l'umanità
da un'immensa sventura e per condurla ad uno stato di sanità oggi quasi
inconcepibile. Quando sarà realizzata, in modo cosciente e metodico, e favorita
la fecondità della parte più sana della nazione, si avrà una razza che, almeno
in principio, avrà eliminati i germi dell'odierna decadenza fisica e morale.
LO
SPAZIO VITALE
La politica estera dello Stato popolare
deve salvaguardare l'esistenza su questo pianeta della razza raccolta nello
Stato, creando un sistema di rapporti sano, adatto alla vita, naturale nel
promuovere la crescita numerica del popolo, la grandezza e fecondità del suolo
e della terra.
[...] Soltanto il possesso di uno spazio
sufficientemente vasto su questa terra assicura ad un popolo la libertà
dell'esistenza.
[...] noi nazionalsocialisti [stabiliamo]
il nostro punto di partenza là dove si era conclusa la nostra storia sei secoli
fa. Noi arrestiamo l'eterna spinta dei Germani verso sud e verso ovest e
rivolgiamo lo sguardo verso oriente. [...] Se noi parliamo oggi di nuovo suolo
e nuova terra in Europa, possiamo pensare soprattutto e soltanto alla Russia ed
agli Stati ad essa sottoposti.
indice
Repubblica di Weimar
Adolf Hitler Tacito il Volk tedesco l’ebreo
Brecht
Levi Nietzsche arte degenerata Norimberga cronologia
bibliografia links