FRIEDRICH
NIETZSCHE
E
LA "VOLONTÀ DI POTENZA"
INDICE
la vita
il "superuomo" e la volontà di potenza
LA
VITA
Friedrich Wilhelm Nietzsche nasce il 15
ottobre 1844 a Röcken, piccolo villaggio della Sassonia prussiana; due anni
dopo nascerà la sorella Elisabeth. Il giovane Friedrich viene cresciuto in un'atmosfera
fortemente religiosa-protestante; come in tutte le famiglie protestanti,
accanto alla lettura della Bibbia, notevole importanza hanno, oltre la poesia,
la musica e il canto.
Riceve una rigorosa formazione classica e
nel 1864 si iscrive all'università di Bonn e frequenta i corsi di Ritschl, uno
dei massimi filologi tedeschi. Legge Die Welt als Wille und Vorsterllung
[Il mondo come volontà e rappresentazione] di Schopenhauer, una lettura
destinata a lasciare nel suo pensiero un'impronta decisiva. Nel 1867 cominciano
ad essere pubblicati i suoi primi lavori filologici e stringe amicizia con
Erwin Rohde: l'anno seguente conosce Richard
Wagner. Nel 1869, a soli 24 anni, gli viene offerta la cattedra di
filologia classica dell'Università di Basilea.
Preceduta da vari lavori sul teatro
greco, nel 1872 esce Die Geburt der Tragödie [La nascita della
tragedia], con dedica a Richard Wagner, attaccata dal Wilamowitz, cui replicano
lo stesso Wagner e Rohde.
Dal 1875 in poi la salute di Nietzsche
peggiora sempre di più; nel frattempo, per motivi personali e per ragioni
teoretiche rompe i rapporti con Wagner. La testimonianza di tale rottura si
trova in Menschliches, Allzumenschliches [Umano, troppo umano], del
1878, dove l'autore prende ormai le distanze anche dalla filosofia di
Schopenhauer. L'anno successivo Nietzsche si dimette dall'insegnamento ed
inizia a viaggiare tra la Svizzera, l'Italia e la Francia meridionale.
Nel 1882 viene pubblicata Fröliche
Wissenschaft [La gaia scienza], del 1883 è la prima stesura di Also
sprach Zarathustra [Così parlò Zarathustra], ultimato due anni dopo. Nel
1886 Nietzsche dà alle stampe Jenseits von Guten und Bösen [Al di là del
bene e del male] e nel 1888 compone Götzendämmerung [Il crepuscolo degli
idoli], Der Antichrist [L'Anticristo], Ecce Homo, Nietzsche
contra Wagner.
A Torino lavora alla sua ultima opera, Wille
zur Macht [La volontà di potenza], che non riesce però a portare a termine:
infatti, il 3 gennaio 1889 cade preda della pazzia, gettandosi al collo di un
cavallo che il padrone sta bastonando davanti alla sua abitazione. Viene
affidato alla madre e, morta costei, alla sorella; muore folle a Weimar, il 25
agosto 1900. Negli ultimi anni la sua opera ha già una risonanza europea.
Nel 1906 viene pubblicata Wille zur Macht
[La volontà di potenza], arbitrariamente costruita da Elisabeth Nietzsche e dal
discepolo Peter Gast con una preordinata e tendenziosa utilizzazione dei
frammenti postumi a cui il filosofo stava lavorando.
IL "SUPERUOMO" E LA VOLONTÀ DI POTENZA
Con il termine di "superuomo" (Übermensch),
che si delinea nell'arco di tre opere, Così parlò Zarathustra, Al di
là del bene e del male e La volontà di potenza, Nietzsche designa il
suo messaggio circa l'uomo nuovo che deve venire, che deve spezzare le vecchie catene
e creare un senso nuovo della terra. L'uomo deve inventare l'uomo nuovo,
il superuomo esattamente, l'uomo che va "oltre" l'uomo, un
uomo che - voltate le spalle alle chimere del "cielo" - tornerà alla
sanità della terra, un uomo i cui valori sono la salute, la volontà forte,
l'amore, l'ebbrezza dionisiaca e un nuovo orgoglio.
«Un nuovo orgoglio - dice Zarathustra -
mi insegnò il mio Io, e io l'insegno agli uomini: non cacciate più la testa
nella sabbia delle cose celesti, ma portatela liberamente: una testa terrestre,
che crea essa stessa il senso della terra». Il superuomo fronteggia la vita
accettandola con amor fati, annuncia la morte di Dio e la trasmutazione
di tutti i valori di cui la tradizione ci ha caricato. Il superuomo è l'uomo
che ha riconquistato lo spirito di Dioniso.
Il superuomo «ama la vita» ed è fedele al
senso della terra da lui creato. Qui sta la sua volontà di potenza.
Ci sono stati interpreti che hanno visto
nel superuomo di Nietzsche il perno dell'idea nazista della superiorità della
razza ariana e, in Nietzsche quindi, un profeta del nazismo, ma tali
interpretazioni sono errate. Fu la sorella di Nietzsche, Elisabeth
Förster-Nietzsche, custode dei manoscritti del fratello e fautrice dell'idea di
una palingenesi universale da affidare alla nazione tedesca, a intervenire
pesantemente sulle pagine manoscritte de La volontà di potenza, facendo
apparire il fratello come negatore dell'umanitarismo e della democrazia.
Il problema dell'interpretazione di
Nietzsche non consiste però tanto nel dichiarare che egli non ha mai pensato o
voluto ciò che, nel Novecento, è stato fatto in suo nome, né nell'appellarsi
soltanto alla falsificazione dell'eredità, ma piuttosto nel domandarsi come mai
ciò che si chiama tanto ingenuamente una falsificazione sia avvenuto proprio
sul suo lascito, e non su altri; e perché l'unica istituzione di insegnamento
che abbia avuto la tentazione di richiamarsi a Nietzsche sia stata quella
nazista.
Per i teorici nazional-patriottici,
Nietzsche divenne il mito vivente del Volk, era rappresentato come il
filosofo che aveva trasceso la meschinità del modo di pensare dei suoi
connazionali, assurgendo alla statura di Überdeutscher, di supremo
modello tedesco. Nietzsche: ecco l'eroe che coraggiosamente continuava per la
sua strada, lastricata di inevitabili orrori, indifferente ai pericoli che lo
minacciavano da ogni parte, tendendo esclusivamente al proprio fine; quanto al
suo antigermanesimo, lo si sarebbe letto in chiave di trascendenza della
meschinità della Germania, in vista della realizzazione di un nuovo, grandioso
mito tedesco. In Nietzsche si vedeva l'incarnazione della qualità del capo,
necessario veicolo alla meritata grandezza nazionale. Il suo rifiuto delle cose
quali sono, le sue affermazioni in merito alla crisi tedesca, erano
interpretate quali proiezioni di una volontà di potenza che permetteva di
trascendere le limitazioni storiche. Spesso il suo pensiero veniva ridotto ad
un pugno di concetti sui poteri della volontà e sulla germinazione del
superuomo dall'intima coscienza dell'elezione, in base alle alterazioni frutto
delle interpolazioni fatte dalla sorella Elisabeth: Nietzsche era il grande
veggente tedesco, il profeta della rinata razza degli eroi, non certo lo
scettico sarcastico, l'annunciatore della morte di una religione e di una
civiltà.
Dal settembre 1893 Elisabeth assume la
gestione delle opere del fratello (ormai incapace di intendere): incomincia qui
un'egemonia durata fino alla morte di lei, nel 1935. Più di quarant'anni di
ininterrotto anche se non incontrastato dominio bastano a gettare sulle spalle
di chiunque responsabilità onerose, specie se questi anni vanno dall'età di
Guglielmo II a quella di Hitler. Proprio per questo si è innescato, al di là
delle oggettive colpe di Elisabeth, il meccanismo della donna-parafulmine che
attira su di sé l'aggressività suscitata dall'uomo cui sta a fianco,
diagnosticato da Nietzsche (che pensava forse a Cosima Wagner) nell'aforisma
430 di Umano, troppo umano. Ora il problema sarebbe soltanto di sapere
se davvero il Nietzsche eroico è una pura invenzione di Elisabeth o se questa
autocomprensione così grave non sia già in lui, di modo che il giudizio contro
Elisabeth non sarebbe in fondo che un giudizio antinietzschiano - o almeno il
tentativo di obiettivare in Elisabeth ciò che non si riesce a sopportare nel
fratello. Bisogna anche notare che quando, il 25 e 26 settembre 1892,
D'Annunzio pubblica sul "Mattino" La bestia elettiva,
riprendendo e banalizzando l'aristocratismo di Nietzsche la sorella maledetta è
fuori portata, in Paraguay. Oppure che Julius Langbehn, nel 1890 (cioè sempre
con Elisabeth lontana dalla Germania) si poteva rifare a Nietzsche in un suo
libro in cui si propugnava una rivoluzione conservatrice tedesco-ellenica.
Tutto questo non attenua le responsabilità di Elisabeth, ma vieta i processi
sommari.
Ma che cosa ha fatto veramente Elisabeth
per attirarsi l'accusa dominante e canonizzata di falsaria, nazista e
antisemita? Elisabeth e Peter Gast nel 1906 hanno ordinato in modo tematico,
appoggiandosi al piano abbozzato da Nietzsche nel marzo 1887, ciò che in buona
regola filologica avrebbe dovuto essere disposto cronologicamente, hanno
accorpato frammenti di epoche diverse ed eliminato altri che risultassero
incompleti, o ripetitivi, o "poco filosofici".
Si tratta prima di tutto di distinguere
tra l'attività di Elisabeth come editrice del Wille zur Macht assieme a
Gast, e il suo operato in qualità di biografa del fratello, di editrice di
lettere e di direttrice dell'Archivio Nietzsche. Abbiamo più di un motivo per
denunciare le alterazioni e i falsi nelle lettere, le ricostruzioni interessate
in chiave biografica, la gestione dispotica dell'Archivio. Ma questo non
investe ancora la questione del testo del 1906. In quest'ultimo settore
dell'attività di Elisabeth, la versione più ingenua si immagina una sorella
maledetta intenta ad aggiungere inni antisemiti o protonazisti al discorso del
fratello che viene consegnato inerme a una tradizione infamante; ma un'altra
versione più accorta stima invece che, pur non avendo aggiunto, Elisabeth
potrebbe benissimo avere falsificato per omissione.
Ogni lettore che si accosti al Wille
zur Macht conoscendone la leggenda non può che meravigliarsi nel vedere i
tedeschi trattati da teste di paglia e gli antisemiti da falliti, o nel leggere
gli elogi di Heine. Dunque Elisabeth, oltre a non aver aggiunto nulla di suo,
nemmeno ha censurato delle affermazioni che potessero spiacere a Hitler (che
nel 1906 aveva 17 anni). Non lo ha fatto e nemmeno avrebbe potuto farlo, visto
che sono tesi note di Nietzsche, così come non ha aggiunto delle frasi
aggressive o aristocratico-sanguinarie.
Ma allora che cosa ha fatto Elisabeth? Un
esempio è l'aforisma 88, in cui viene omessa l'ultima parte del frammento in
questione, e che non è certo un'inezia: «Valore delle forme complesse,
del mosaico psichico e perfino della disordinata e trascurata economia
dell'intelletto. Il cristianesimo omeopatico, quello dei curati di
campagna protestanti. Il protestantesimo immodesto, quello dei predicatori
di corte e degli speculatori antisemiti». Dunque è facile sospettare quali
motivi abbiano potuto indurre Gast ed Elisabeth alla soppressione di un brano
che crocifigge gli agitatori antisemiti, ossia Bernhard Förster, marito di
Elisabeth.
Si conosce la circostanza edipica in cui
Elisabeth abbraccia il partito del Förster: la madre avversava il suo
matrimonio così come aveva fatto in precedenza con Nietzsche. Nella specie,
cercò di appoggiarsi al figlio contro la figlia, e in effetti è a partire dal
1883 che Nietzsche diventa iperbolicamente filosemita: Elisabeth ascrive dunque
tutto il suo momento antisemita alla rissa in famiglia e alla volontà di
rivalersi contro la madre e il fratello. Ma ciò non impedì che, in seguito, per
la pubblicazione delle opere di Nietzsche si servisse di finanziamenti di
banchieri ebrei. Anche ammesso che Elisabeth cambiasse opinione per
opportunismo, resta che all'epoca della compilazione del Wille zur Macht
non aveva alcun motivo per essere antisemita.
Lo ridiventerà dopo, con l'ascesa del
nazismo? È famoso l'incontro del 2 novembre 1933 in cui Hitler si reca in
visita all'Archivio Nietzsche, riceve in dono da Elisabeth un bastone
appartenuto al fratello ed esce tra due ali plaudenti di folla, non prima che
Elisabeth gli abbia letto, per certificare i sentimenti della famiglia, un
messaggio che Bernhard Förster aveva indirizzato a suo tempo a Bismarck
protestando il dilagare dello spirito ebraico in Germania. Si ha materia
sufficiente per ricostruire tutta la storia di Elisabeth col Führer il primo
incontro nel 1932 al teatro di Weimar dove si rappresenta Campo di maggio,
il dramma di Mussolini su Napoleone, il nuovo incontro a teatro per il
cinquantennario della morte di Wagner, le visite di Hitler all'Archivio,
insieme a Rosenberg, a Frank, alle volte a Speer (per costruire un tempio
nietzscheano di cui poi non si fece nulla), poi il disinteresse di Hitler dopo
il settembre 1939. Il topos è comunque la visita del novembre 1933.
Questo aneddoto è sempre citato ed ha il vantaggio di essere documentato da
foto che possediamo ancora.
Dopo il 1933, con Hitler ormai saldamente
al potere, si moltiplicano gli studi su Nietzsche e il nazismo. Il problema
principale è ovviamente quello di far quadrare l'aristocraticismo e gli
atteggiamenti filosemiti in un orizzonte plebeo e razzista; impresa non
semplice. Si sostenne che, nonostante l'amicizia per ebrei, Nietzsche fosse un
convinto antisemita e che proprio nel rifiuto del germanesimo sarebbe stato
autenticamente tedesco.
Però, come nel Secondo Reich, anche nel
Terzo Nietzsche era difficile da assimilare. Le fonti ideologiche del nazismo
sono piuttosto Moeller van der Buck, Spengler, Gobineau, Chamberlain, Wagner,
Lagarde, Langbehn, la concezione di Stato in Hegel. La denazificazione a
oltranza di Nietzsche incomincia già nell'età di Hitler e per opera dei
nazisti: il senso ultimo del valore è nella comunità, per cui la vita ha un
valore intrinsecamente politico, la comunità è un dato originario che ha il
primato sui singoli, di qui una condanna dell'individualismo nietzscheano;
Nietzsche è un decadente come George, Mann, i neokantiani; è il filosofo
dell'età di Guglielmo II - imparziale, sovranazionale, espressione dello
spirito giudaico.
Ma dire che incomincia la denazificazione significa ovviamente, al tempo stesso, sostenere che continua la nazificazione - ossia il tentativo di imputare a Nietzsche l'aggressività tedesca o imperialistica.
«"Ni Dieu ni maître" -
lo volete anche voi: e allora 'evviva la legge della natura!' - non è vero? Ma,
come già si è detto, questa è interpretazione, non testo; e potrebbe venire
qualcuno che con un'interpretazione e con un'arte interpretativa diametralmente
opposte sapesse desumere dalla lettura della stessa natura e in relazione agli
stessi fenomeni proprio un'affermazione, dispoticamente spregiudicata e
spietata, di rivendicazioni di potenza, - un interprete che vi mettesse sotto
gli occhi la perentorietà e l'assolutezza insite in ogni "volontà di
potenza"».
FRIEDRICH NIETZSCHE, Al di là del bene
e del male
Il verbo di Nietzsche mi ripugna
profondamente; stento a trovarvi un'affermazione che non coincida con il
contrario di quanto mi piace pensare; mi infastidisce il suo tono oracolare; ma
mi pare che non vi compaia mai il desiderio della sofferenza altrui.
L'indifferenza sì, quasi in ogni pagina, ma mai la Schadenfreude, la
gioia per il danno del prossimo, né tanto meno la gioia del far deliberatamente
soffrire. Il dolore del volgo, degli Ungestalten, degli informi, dei
non-nati-nobili, è un prezzo da pagare per l'avvento del regno degli eletti; è
un male minore, comunque sempre un male; non è desiderabile in sé. Ben diversi
erano il verbo e la prassi hitleriani.
PRIMO LEVI, I sommersi e i salvati
La
volontà di potenza
Come si
conduce la virtù al dominio
304.
[...] Voglio persino dimostrare che per
volere questo - che la virtù domini - non è lecito, per ragioni di
principio, volere altro: e proprio per ciò si rinuncia a diventare virtuosi.
[...] E alcuni fra i massimi moralisti hanno corso un rischio così grande.
Ossia, da costoro fu già conosciuta e anticipata la verità che questo trattato
deve insegnare per la prima volta: cioè che si può conseguire il dominio
della virtù unicamente con i medesimi mezzi con cui si conquista in
genere un regno, non in ogni caso per mezzo della virtù... [...]
305.
Con la virtù non si fonda il regno della
virtù: con la virtù si rinuncia alla potenza, si perde la volontà di potenza.
306.
La vittoria di un ideale morale si
ottiene con i medesimi mezzi "immorali" con cui si ottiene ogni
vittoria: violenza, menzogna, calunnia, ingiustizia.
315.
La morale nella valutazione delle razze e
dei ceti. Considerando che gli affetti e gli istinti fondamentali in
ogni razza e in ogni ceto esprimono alcunché delle loro condizioni di esistenza
[...], esigere che siano "virtuosi" significa esigere:
che costoro cambino carattere, escano
dalla propria pelle e cancellino il proprio passato;
ossia, che cessino di differenziarsi;
ossia, che diventino simili a tutti gli
altri nei loro bisogni e nelle loro aspirazioni - o, più chiaramente: che
vadano in malora...
La volontà di una morale si rivela
dunque essere la tirannia di quella specie a cui tale morale cade a
pennello: è la distruzione o l'uniformazione di altre specie, a favore della
dominante (sia per non venirne minacciate, sia per sfruttarle).
"Abolizione della schiavitù": si pretende che sia un tributo reso
alla "dignità dell'uomo", ma in realtà è l'annientamento di una
specie fondamentalmente diversa (si minano così i suoi valori e la sua
felicità).
Ciò che fa la forza di una razza avversa
o di un ceto avverso viene interpretato come ciò che hanno di peggiore,
di più cattivo: perché con quelle qualità ci danneggiano (le loro
"virtù" vengono calunniate, se ne cambia il nome).
Si fa valere come obiezione contro
un uomo o contro un popolo il fatto che ci nuocciano: ma, dal loro punto
di vista, noi siamo loro graditi, perché siamo tali che da noi costoro
riescono a trarre un vantaggio.
Esigere la "umanizzazione"
(credendo molto ingenuamente di possedere la formula che dice "che cosa è
umano") è una tartuferia di cui si avvale una determinata specie di uomini
per cercare di giungere al dominio: più esattamente, è un istinto ben
determinato, l'istinto del gregge. "Uguaglianza degli uomini":
che cosa si nasconde sotto la tendenza a rendere uguali sempre
più uomini, in quanto uomini. [...]
La calunnia
delle cosiddette cattive qualità
369.
Non c'è egoismo che rimanga fermo presso
di sé, senza attaccare, quindi non esiste quell'egoismo "lecito",
"moralmente indifferente", di cui voi parlate.
"Si promuove il proprio io e sempre
a spese degli altri"; "la vita vive sempre a spese di un'altra
vita" - chi non lo comprende, non ha ancora fatto il suo primo passo verso
l'onestà.
373.
Origine dei valori morali. L'egoismo vale tanto quanto vale dal
punto di vista fisiologico colui che lo possiede.
Ogni singolo individuo è, insieme,
l'intera traiettoria dell'evoluzione (e non soltanto, come lo concepisce la
morale, un essere che comincia con la nascita). Se rappresenta il tratto ascendente
della linea uomo, il suo valore è davvero straordinario e bisogna avere
un'estrema cura nel conservarne e favorirne la crescita. (È prendersi cura
dell'avvenire che in lui è promesso e che dà all'individuo ben riuscito un così
straordinario diritto all'egoismo). Se rappresenta una linea discendente,
la decadenza, la malattia cronica, gli spetta poco valore; e la prima giustizia
consiste in ciò: tolga quanto meno è possibile spazio, forza e luce del sole ai
ben riusciti. [...]
La volontà
di potenza come vita. L'uomo
668.
"Volere" non è
"aspirare", mirare, desiderare; da questi il volere si distingue in
virtù nell'inclinazione al comando.
Non c'è un "volere", ma solo un
volere qualcosa; non si deve scindere lo scopo dallo stato
d'animo, come fanno i teorici della conoscenza. Il "volere", come lo
intendono loro, non appare mai, così come il "pensare": è una pura
finzione.
Appartiene alla volontà il fatto che una
cosa venga comandata (naturalmente con ciò non è detto che la volontà venga
"effettuata"). [...]
679.
L'individuazione, giudicata dal
punto di vista della teoria dell'ereditarietà, mostra il costante scindersi dell'uno
nel due e l'altrettanto costante sparizione di individui a vantaggio di
pochi che continuano lo sviluppo: la stragrande maggioranza si estingue
ogni volta ("il corpo").
Il fenomeno fondamentale: innumerevoli
individui sacrificati a vantaggio di pochi: per rendere possibili i pochi.
Non bisogna lasciarsi ingannare: le cose stanno esattamente così con i popoli
e con le razze: questi formano un "corpo" per produrre singoli
individui di valore altissimo, i quali continuano il grande processo.
Società e Stato
717.
Lo Stato o l'immoralità
organizzata; all'interno: come polizia, diritto penale, ceti, commercio,
famiglia; all'esterno: come volontà di potenza, di guerra, di conquista,
di vendetta.
Come avviene che un grande numero di
uomini compie azioni alle quali l'individuo non acconsentirebbe mai?
Mediante la ripartizione delle responsabilità, del comando e dell'esecuzione;
mediante la frapposizione delle virtù dell'obbedienza, del dovere,
dell'amore della patria e del principe; mediante la conservazione della
fierezza, della severità, della forza, dell'odio, della vendetta - insomma, di
tutti i tratti tipici che contrastano con il tipo gregario.
720.
Il più terribile e fondamentale desiderio
dell'uomo, il suo impulso alla potenza - lo si chiama "libertà" -
deve essere tenuto a freno il più a lungo possibile. Perciò sinora l'etica, con
i suoi inconsapevoli istinti pedagogici e disciplinari, è servita a imbrigliare
la brama di potenza: essa vitupera l'individuo tirannico e sottolinea,
glorificando il servizio della comunità e l'amor di patria, l'istinto di
potenza del gregge.
729.
La conservazione dello Stato militare è il mezzo estremo sia per riallacciarsi
alla grande tradizione, sia per salvaguardarla in vista del tipo
supremo, dell'uomo, del tipo forte. E tutti i concetti che
perpetuano l'inimicizia e la differenza di rango tra gli Stati devono apparire
sanciti su questa base (per esempio il nazionalismo, il protezionismo).
734.
Anche un comandamento dell'amore verso
gli uomini. Ci sono casi
in cui generare un figlio sarebbe un delitto, come nel caso di malati cronici o
di nevrastenici di terzo grado. Che fare allora? [...] La società, come grande
mandataria della vita, deve rispondere di ogni vita mancata di fronte
alla vita stessa e deve anche scontarla: quindi la deve impedire. La
società in numerosi casi deve prevenire la procreazione: a tal fine
tener pronte, senza riguardo all'origine, al rango e allo spirito, le più dure
misure di costrizione, privazioni di libertà, in certi casi la castrazione. Il
comandamento biblico "non uccidere!" è un'ingenuità rispetto al
divieto di vivere opposto ai décadents: "non procreare!"... La
vita stessa non riconosce nessuna solidarietà, nessuna "uguaglianza di
diritti" fra le parti sane di un organismo e quelle degenerate: queste
ultime devono essere amputate - oppure l'insieme va in rovina. Avere
compassione dei décadents, concedere uguaglianza di diritti anche ai
falliti, sarebbe la più profonda immoralità, sarebbe l'antinatura posta
come morale.
La dottrina
della gerarchia
861.
È necessario che gli uomini superiori
dichiarino guerra alla massa! Non c'è luogo in cui i mediocri non si radunino
per diventare padroni! Tutto ciò che rammollisce, addolcisce, valorizza il
"popolo" o il "femminino", agisce a favore del suffrage
universel, ossia del dominio degli uomini inferiori. [...]
862.
C'era bisogno di una dottrina abbastanza
forte per produrre effetti di selezione e disciplina:
rafforzatrice per i forti, paralizzante e distruttrice per gli stanchi del
mondo.
L'annientamento delle razze decadenti.
Decadenza dell'Europa. L'annientamento delle valutazioni servili. Il dominio
sulla terra, come mezzo per produrre un tipo superiore. [...] L'annientamento
del suffrage universel, cioè del sistema grazie al quale le nature
inferiori si impongono alle superiori a norma di legge. L'annientamento della
mediocrità e del suo valore.
I forti e i
deboli
872.
I diritti che un uomo si prende sono proporzionali
ai doveri che si impone, ai compiti rispetto a cui si sente all'altezza.
La maggioranza degli uomini non ha diritto all'esistenza, ma costituisce una
disgrazia per gli uomini superiori.
884.
Händel, Leibniz, Goethe, Bismarck - sono
caratteristici della forte maniera tedesca. Vissero fra contraddizioni
senza darsene pensiero, furono pieni di quell'agile forza che si difende dalle
convinzioni e dalle dottrine usandole l'una contro l'altra e conservando la
propria libertà.
898.
I forti dell'avvenire. Ciò che in parte la necessità, in parte
il caso hanno ottenuto sporadicamente, cioè le condizioni per la produzione di
una specie più forte, possiamo ora comprenderlo e volerlo
scientemente: noi possiamo creare le condizioni in cui una simile elevazione
sia possibile.
[...] Tanto più dovremmo porci un simile
compito, quanto più comprendessimo come la forma presente della società si
trovi in una fase di forte trasformazione: cioè sulla via che potrà un giorno
portarla a non esistere più per se stessa, ma soltanto come un mezzo
nelle mani di una razza più forte.
Il crescente rimpicciolimento dell'uomo è
precisamente la forza che spinge a pensare all'allevamento di una razza più
forte, una razza i cui tratti eccessivi sarebbero proprio quelli in cui la
specie rimpicciolita diventerebbe sempre più debole (cioè volontà,
responsabilità, sicurezza, facoltà di porsi degli scopi). [...]
L'aristocrazia
942.
C'è soltanto una nobiltà di nascita, una
nobiltà del sangue. (Qui non parlo della particella "von" e dell'Almanacco
di Gotha: osservazione parentetica per gli asini.) Là dove si parla di
"aristocrazia dello spirito", di solito non mancano motivi per celare
qualcosa: come è noto, questa è una locuzione comune fra gli ebrei ambiziosi.
Lo spirito da solo, infatti, non nobilita; ci vuole piuttosto, prima, qualcosa che
nobiliti lo spirito. Di che cosa c'è bisogno a tale scopo? Del sangue.
I signori
della terra
954.
[...] non sarebbe tempo, oggi, mentre in
Europa si sviluppa sempre più il tipo dell'"animale gregario",
sperimentare un allevamento metodico, artificiale e consapevole del tipo
opposto e delle sue virtù? E non sarebbe una specie di meta, di soluzione e di
giustificazione per lo stesso movimento democratico se venisse qualcuno che se
ne servisse - affinché finalmente trovi una via per dare una forma nuova
e sublime alla schiavitù (questo deve finire per essere la democrazia europea)
la specie superiore degli spiriti dominatori e cesarei, affinché si collochi
sopra la democrazia, si attenga a lei, si elevi per mezzo di lei? La via per
nuove vedute, lontane, finora impossibili e proprie di quella specie?
Per i suoi compiti?
960.
A partire da adesso ci saranno condizioni
preliminari favorevoli a più vaste strutture di dominio, quali mai si videro
finora. E questa non è ancora la cosa più importante: diventa possibile il
sorgere di leghe internazionali fra le stirpi che si impongano il compito di
allevare una razza di dominatori, i futuri "signori della terra" -
una aristocrazia nuova, prodigiosa, edificata sulla più spietata legislazione
di sé, in cui venga dato di durare millenni alla volontà di filosofi violenti e
di artisti tiranni: una specie di uomini superiore che grazie al suo prevalere
in volontà, sapienza, ricchezza e influenza si serva dell'Europa democratica
come del proprio strumento più docile e flessibile, allo scopo di prendere in
mano i destini della terra, per foggiare artisticamente l'"uomo".
Basta: giunge il tempo in cui si cambierà idea sulla politica.
indice
Repubblica di Weimar
Adolf Hitler Tacito il Volk tedesco
l’ebreo
Brecht
Levi Nietzsche arte degenerata
Norimberga
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