PRIMO LEVI
E IL DOLOROSO
INDICE
la vita
LA VITA
Nato a Torino il 31 luglio 1919 da famiglia ebrea
piemontese, Levi si laurea in chimica nel 1941; la situazione della famiglia si
fa difficile per la morte del padre e per gli effetti delle leggi razziali.
Unitosi a un gruppo di partigiani operante in Val d'Aosta, viene arrestato alla
fine del '43 e avviato, come ebreo, nel campo di concentramento di Fòssoli
(Modena), da dove, all'inizio del '44, viene deportato in Germania, nel lager
di Monowitz, che fa parte del sistema dei campi di Auschwitz. Riesce a
sopravvivere a quella vita terribile anche grazie alla sua professione di
chimico, utile ai nazisti, e nel gennaio del '45 viene liberato dall'arrivo
delle truppe sovietiche; per tornare in patria intraprende un lungo viaggio
attraverso Polonia, Russia Bianca, Ucraina, Romania, Ungheria, Austria, e
giunge a Torino nell'ottobre del 1945. Durante il difficile reinserimento nella
vita civile, sente il bisogno di raccontare la sua recente esperienza: ne nasce
il libro di memorie Se questo è un uomo, pubblicato nel '47 e poi
rilanciato nel '56 con grande successo da Einaudi. Intanto è stato assunto nel
laboratorio chimico della Siva, fabbrica di vernici presso Torno, di cui diviene
poco più tardi direttore. Dopo il successo di Se questo è un uomo e del
nuovo libro di memorie La tregua (1963), comincia a scrivere in maniera
più costante, anche con più libere intenzioni narrative, e dal 1975, lasciato
il lavoro, può dedicarsi interamente alla letteratura (tra i suoi libri Il
sistema periodico, 1975, La chiave a stella, 1978, Se non ora,
quando?, 1982). Nel ricordo terribile dell'esperienza passata, ha difeso
fino all'ultimo una nozione essenziale di razionalità e civiltà, ma ha visto anche
oscillare e vacillare la ragione, affacciarsi pericolose dimenticanze,
addirittura negazioni della tragedia vissuta dagli ebrei; nel 1986 viene dato
alle stampe I sommersi e i salvati, tutto centrato sulla logica del
lager dal punto di vista degli internati. Dopo un'operazione chirurgica, muore
suicida nella casa di Torino l'11 aprile 1987.
Levi non nasce come scrittore: da giovane studente
non ha vocazione per la letteratura, ma è semmai affascinato dalla chimica,
materia in cui si laurea. E alla chimica Levi deve molto: grazie ad essa
infatti trova il modo di sopravvivere al coperto nel durissimo inverno di
Auschwitz. Ma nel 1946, tornato a casa dopo l'incubo del lager, scrive Se
questo è un uomo, che nasce - come informa l'autore stesso nella prefazione
- dal «bisogno di raccontare» di quegli anni, da un «impulso immediato e
violento» a fornire testimonianza dell'accaduto. Il campo di Auschwitz diventa
così per Primo Levi l'osservatorio razionale di quella pericolosa e incomprensibile
creatura che è l'essere umano: dopo Auschwitz Levi diventa scrittore.
Se questo è un uomo, nonostante il momento in cui fu scritto, è un'opera assolutamente
diversa dalla memorialistica del neorealismo; non proietta sulla realtà
immagini positive o schemi "popolari", è lontano da uno stile
"in presa diretta" o di tipo cinematografico. Il ricordo della vita
nel lager di Monowitz si svolge come in un racconto-diario, in cui si alternano
il presente (tempo del diario) e il passato (tempo della storia): ogni momento
del libro, ogni descrizione di situazioni e figure umane, ogni riferimento alla
persona dell'autore, tutto è guidato da una formidabile volontà di capire, di
definire con una parola ferma e semplice una realtà che appare al di là di ogni
razionalità, di spiegare con l'arma della ragione l'assurdità della barbarie,
che nel lager si presenta tuttavia eretta a sistema razionalmente organizzato.
Di fronte al mondo assurdo in cui lo ha precipitato una storia fatta comunque
dagli uomini, il prigioniero del lager resiste perché non si adatta
all'assurdo, rifiuta di vivere quella condizione come normale, mantiene,
nonostante tutto, un fondo di cordialità umana: egli tiene vigile, in ogni
momento, una ragione, fragilissima e impotente di fronte all'organizzazione
nazista, ma che comunque resta la sola forza capace di riconoscere le cose. La
dignità dell'ebreo deportato sta in questa strenua volontà di salvare l'essenza
dell'umano, anche nell'inferno del lager, là dove la logica della violenza
regna incontrastata fra gli stessi prigionieri che finiscono fatalmente per
introiettarla e farla propria. Le vittime lo sono due volte: perché brutalmente
oppresse e perché si trasformano esse stesse in aguzzini dei loro simili.
Auschwitz è la bocca più profonda e infuocata
dell'inferno che gli uomini hanno costruito da sé e per sé. Qui inizia la
penetrazione nell'abisso, lucida e terrificante per chi muore, per chi si
trasforma in aguzzino, per chi sopravvive, per chi l'ha creato, per chi vi si è
adattato, per chi si sente in colpa per il solo fatto di esserne uscito vivo,
per chi, proprio per questo, deve giustificare a sé prima che agli altri il
proprio essere ancora in piedi a respirare e parlare e scrivere, con l'enorme
compito di capire. L'abisso con cui si confronta Levi non è un abisso poetico o
individuale, caro ai poeti maledetti, ma ampiamente storico, attuale, vissuto,
che ha coinvolto milioni di persone: i lager nazisti. Egli trasforma questa
esperienza in un osservatorio su se stesso, sul destino di ogni uomo, sulla
storia umana, scavando, quasi con ossessione conoscitiva, sia nel cuore delle
vittime sia in quello dei carnefici.
Auschwitz è stato un campo di lavoro forzato e di
sterminio. In quel luogo degli esseri umani hanno utilizzato altri esseri umani
come carne viva su cui esercitare tutti i demoni che affiorano dal profondo:
bieco sfruttamento, sevizie, torture, piacere della morte altrui, genocidio.
Freud ha insegnato che dentro l'uomo albergano forze oscure, che ogni individuo
si porta addosso la sua zona d'ombra; ma quando tutto questo non è più nevrosi
o furia omicida del singolo ma diviene sistema razionale, scientifico, legale,
statale, amministrativo, quando riesce ad organizzare una struttura che
coinvolge come vittime e carnefici, con tutte le stratificazioni interne di
viltà, acquiescenza, sordità, milioni di persone, che pensare dell'essere
umano? Quanto grande è l'ombra che giace nel nostro inconscio?
Di qui scaturisce il motivo di fondo del bisogno di
scrivere di Levi: il dovere morale nei confronti di tutti, non solo di
raccontare ma di lanciare dal passato recente e bruciante un avvertimento pieno
di angoscia. Quello che è accaduto è veramente capitato e tutti ne sono eredi.
Tutti, vittime e carnefici, devono ricordare, perché è necessario comprendere
che è nell'uomo la capacità di organizzare coscientemente e meticolosamente la
disumanizzazione sia degli oppressi sia degli oppressori, capire come e perché,
quali pulsioni scattino, perché nel pieno della civiltà trovi così ampio spazio
la barbarie.
Se questo è un uomo è in primo luogo un resoconto documentario di un anno di sopravvivenza
ad Auschwitz. Ma è anche l'analisi dei meccanismi relazionali che si creano
nell'universo dei campi di concentramento, in cui la lotta tra vittime e
aguzzini apre uno spietato ventaglio di modelli di sopravvivenza da parte delle
vittime: complicità, sotterfugi, miserie e glorie, dignità e abiezione,
conservazione di sé e disperazione senza scampo. È quindi anche studio
dell'animo umano e dei mostri che vengono alla luce, nascosti e coltivati dal
profondo di ogni individuo. Essi rimangono latenti finché la vita o la storia
offrono loro la possibilità di manifestarsi. È infine analisi di un fenomeno
storico: l'antisemitismo trasformato in Stato.
Se questo è un uomo poteva essere il racconto catartico dell'Olocausto che, oggettivando in
parole leggibili da altri il dramma che sembrava inenarrabile, avrebbe potuto
placare l'anima ferita, ma così non fu. Dopo la guerra, Levi riprende la sua attività
di chimico, ma la ferita non si è rimarginata e il pensiero torna all'inferno
vissuto.
Cercare di capire, questo resta sempre l'obiettivo di
Levi. Da questo punto inizia un movimento a spirale di ritorno al nucleo oscuro
da cui era partito con Se questo è un uomo. Nel 1986 viene pubblicato il
suo ultimo romanzo, che è quasi una chiusura del cerchio esistenziale e
conoscitivo dell'autore, un ritorno al punto di partenza: il lager. Il romanzo
è intitolato I sommersi e i salvati. Dopo quarant'anni lo scrittore
torna impietosamente a scandagliare le logiche di sopravvivenza o di disperato
abbandono di chi è gettato nel mondo concentrazionario come vittima. È
l'ossessione del sopravvissuto al massacro, che inconsciamente sente come colpa
la vita che da allora gli è stata concessa. È un romanzo-saggio illuminante
dell'oscurità che non solo i carnefici ma anche le vittime si trascinano dietro
come un peso angosciante. Forse questa è stata la ferita insanabile di Primo
Levi: quanti morti costa un sopravvissuto? perché noi e non altri? Nel 1987 lo
scrittore si toglie la vita. Non se ne conoscono i motivi, ma l'ultima sua
opera lascia un messaggio inquietante: gli uomini sono capaci di costruire
meccanismi mostruosi di morte grazie ai quali la vittima si fa carnefice di se
stessa.
Insieme al bisogno di capire, il senso di colpa del
sopravvissuto è l'altra parte del Levi scrittore. Egli non ha mai attribuito a
se stesso la forza di essere sopravvissuto all'interno del lager, ha sempre
parlato di fortuna: la fortuna di essere arrivato ad Auschwitz nel 1944, quando
il governo tedesco «data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito
di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi»; la fortuna di aver
superato per caso o per errore la selezione per le camere a gas; la fortuna di
essere riuscito a tornare a casa in mezzo a milioni di uomini che si sono
invece persi. Certo, è una grande fortuna essere ancora vivi, ma quanto pesa?
Quanta memoria non personale ma collettiva bisogna portarsi addosso? Che colpa
il sopravvissuto porta per coloro che sono morti?
In Se questo è un uomo il sopravvissuto Levi
aveva scoperto la narrazione come forma di catarsi, come dovere di
testimonianza, come bisogno insopprimibile di scolpire da qualche parte per
tutti l'avvertimento che l'impossibile e l'impensabile si erano fatti storia.
In quel romanzo aveva individuato due categorie di vittime: i
"sommersi", quelli che si abbandonano alla perdizione indotta dalla
logica del lager, e i "salvati", quelli che cercano di conservare la
propria identità e di non farsi cancellare in quel mondo costruito
appositamente per questo.
Nel saggio del 1986 Levi affronta soprattutto l'area
dei "salvati", con sguardo lucido e tutt'altro che vittimistico,
anzi, al contrario, attraverso un'analisi spietata del meccanismo della
salvezza, andandone a scavare le dimensioni della disperata e violenta lotta
per la sopravvivenza, della sopraffazione tra le stesse vittime, della ricerca
di piccoli privilegi presso i propri carnefici, fino alla tragica complicità
con gli aguzzini. Quanto costa la salvezza? Quanto è colpevole la
sopravvivenza? Di quante morti sono responsabili i vivi per il solo fatto di
essere tali? Il mondo del lager diventa così un'ossessionante vergogna per chi
ne è scampato e si chiede se la sua vita non sia una colpa verso i morti, se
anch'egli, per il solo fatto di essere stato una vittima più resistente o anche
solo più fortunata, non sia stato un complice dei carnefici.
Il lager che da fuori sembra un mondo nettamente
diviso in due, vittime e aguzzini, visto invece con gli occhi di un
sopravvissuto scientificamente lucido come Primo Levi appare una struttura
diabolicamente gerarchica, in cui anche le vittime, attraverso infiniti gradi
intermedi e quotidiani, istintivi atti di sopravvivenza che giungono fino alla
esplicita complicità con gli aguzzini istituzionali, contribuiscono alla morte
di altre vittime. La logica del lager appare in tal modo non più solo una
perversione del nazismo ma l'apparire alla luce di una violenza che è tutta e
interamente umana.
Con ciò, è chiaro che Levi non intende minimamente
assolvere il nazismo, e anzi si opporrà sempre ad ogni tentativo di disperdere
quel preciso fenomeno storico entro la classe più generale dei
"totalitarismi", un modo, secondo lui, per sminuirne indirettamente
gli orrori. Già negli anni Ottanta, infatti, era iniziato il cosiddetto
"revisionismo storico", la tendenza cioè a rivedere la storia e in
qualche modo a giustificare il nazismo, o perché in fondo era uguale a ciò che
facevano lo stalinismo o altri imperi del passato, o perché era una reazione al
comunismo o perché, infine, in realtà non era accaduto nulla, nulla di così
grave da farne un caso storico: si è esagerato sul numero dei morti e sulla
descrizione dei lager.
Levi allora riprende in mano la sua ossessione di
sopravvissuto e ancora una volta vuole capire, più ancora di prima, perché, se
gli uomini stanno dimenticando, significa che c'è ancora bisogno di analisi.
Forse aveva ragione Levi: dal lager non si esce mai del tutto vivi. Il suo
suicidio comunica infine qualcosa di più agghiacciante: la logica dello
sterminio è ancora in mezzo a noi; come spiegare diversamente il fatto
allucinante che una vittima si senta in colpa mentre si giustificano i
carnefici?
Se questo
è un uomo
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate
se questo è un uomo
Che
lavora nel fango
Che
non conosce pace
Che
lotta per mezzo pane
Che
muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi
si sfaccia la casa,
La
malattia vi impedisca,
I
vostri nati torcano il viso da voi.
Häftling
[detenuto]: ho imparato che io sono uno Häftling. Il mio nome è 174.517;
siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio
sinistro.
[...] Pare che questa sia l'iniziazione vera e
propria: solo "mostrando il numero" si riceve il pane e la zuppa.
Sono occorsi vari giorni, e non pochi schiaffi e pugni, perché ci abituassimo a
mostrare il numero prontamente, in modo da non intralciare le quotidiane
operazioni annonarie di distribuzione; ci son voluti settimane e mesi perché ne
apprendessimo il suono in lingua tedesca. E per molti giorni, quando
l'abitudine dei giorni liberi mi spinge a cercare l'ora sull'orologio a polso,
mi appare invece ironicamente il mio nuovo nome, il numero trapunto in segni
azzurrognoli sotto l'epidermide.
[...] l'intero processo di inserimento in questo
ordine per noi nuovo avviene in chiave grottesca e sarcastica. Finita
l'operazione di tatuaggio, ci hanno chiusi in una baracca dove non c'è nessuno.
Le cuccette sono rifatte, ma ci hanno severamente proibito di toccarle e di
sedervi sopra: così ci aggiriamo senza scopo per metà della giornata nel breve
spazio disponibile, ancora tormentati dalla sete furiosa del viaggio.
[...] spinto dalla sete, ho adocchiato, fuori di una
finestra, un bel ghiacciolo a portata di mano. Ho aperto la finestra, ho
staccato il ghiacciolo, ma subito si è fatto avanti uno grande e grosso che si
aggirava là fuori, e me lo ha strappato brutalmente. - Warum? - gli ho
chiesto nel mio povero tedesco. - Hier ist kein Warum - (qui non c'è
perché), mi ha risposto, ricacciandomi dentro con uno spintone.
La spiegazione è ripugnante ma semplice: in questo
luogo è proibito tutto, non già per riposte ragioni, ma perché a tale scopo il
campo è stato creato.
[...] ci mettono ancora una volta in fila, ci
conducono in un vasto piazzale che occupa il centro del campo, e ci dispongono
meticolosamente inquadrati. Poi non accade più nulla per un'altra ora: sembra
che si aspetti qualcuno.
Una fanfara incomincia a suonare, accanto alla porta
del campo: suona Rosamunda, la ben nota canzonetta sentimentale, e
questo ci appare talmente strano che ci guardiamo l'un l'altro sogghignando;
nasce in noi un'ombra di sollievo, forse tutte queste cerimonie non
costituiscono che una colossale buffonata di gusto teutonico. Ma la fanfara,
finita Rosamunda, continua a suonare altre marce, una dopo l'altra, ed
ecco apparire i drappelli dei nostri compagni, che ritornano dal lavoro.
Camminano in colonna per cinque: camminano con un'andatura strana, innaturale,
dura, come fantocci rigidi fatti solo di ossa: ma camminano seguendo
scrupolosamente il tempo della fanfara.
Anche loro si dispongono come noi, secondo un ordine
minuzioso, nella vasta piazza; quando l'ultimo drappello è rientrato, ci
contano e ci ricontano per più di un'ora, avvengono lunghi controlli che
sembrano tutti fare capo a un tale vestito a righe, il quale ne rende conto a
un gruppetto di SS in pieno assetto di guerra.
Finalmente (è ormai buio, ma il campo è fortemente
illuminato da fanali e riflettori) si sente gridare «Absperre!»
[sciogliete le righe!], al che tutte le squadre si disfano in un viavai confuso
e turbolento. Adesso non camminano più rigidi e impettiti come prima: ciascuno
si trascina con sforzo evidente.
[...] Abbiamo ben presto imparato che gli ospiti del Lager
sono distinti in tre categorie: i criminali, i politici e gli ebrei. Tutti sono
vestiti a righe, sono tutti Häftlinge, ma i criminali portano accanto al
numero, cucito sulla giacca, un triangolo verde; i politici un triangolo rosso;
gli ebrei, che costituiscono la grande maggioranza, portano la stella ebraica,
rossa e gialla. Le SS ci sono sì, ma poche, e fuori del campo, e si vedono
relativamente di rado: i nostri padroni effettivi sono i triangoli verdi, i
quali hanno mano libera su di noi, e inoltre quelli fra le due altre categorie
che si prestano ad assecondarli: i quali non sono pochi.
Ed altro ancora abbiamo imparato, più o meno
rapidamente, a seconda del carattere di ciascuno; a rispondere «Jawohl!»
[Sì, bene!], a non fare mai domande, a fingere sempre di avere capito.
I sommersi
e i salvati
Le prime notizie sui campi d'annientamento nazisti
hanno cominciato a diffondersi nell'anno cruciale 1942. Erano notizie vaghe,
tuttavia fra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste,
di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico
tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità. È significativo come questo
stesso rifiuto fosse stato previsto con ampio anticipo dagli stessi colpevoli;
molti sopravvissuti (tra gli altri, Simon Wiesenthal [...]) ricordano che i
militi delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: «In
qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta
noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno
scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni,
ricerche di storici, ma non ci saranno certezze, perché noi distruggeremo le
prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e
qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono
troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della
propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi. La
storia dei lager, saremo noi a dettarla».
[...] non era semplice la rete dei rapporti umani
all'interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei
persecutori. In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è evidente la
tendenza, anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare,
di ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, là i
reprobi. [...]
L'ingresso in Lager era invece un urto per la
sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì
terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico
era intorno ma anche dentro, il «noi» perdeva i suoi confini, i contendenti non
erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse
innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si entrava sperando almeno nella
solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi
speciali, non c'erano; c'erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una
lotta disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si
manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto la forma immediata
di un'aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare
i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di
resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è
difficile difendersi da un colpo a cui non si è preparati.
Rileggo ora un passo di La tregua. Il libro è
stato pubblicato solo nel 1963 ma queste parole le avevo scritte fin dal 1947;
si parla dei primi soldati russi al cospetto del nostro Lager gremito di cadaveri
e di moribondi:
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi,
oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e
avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben
nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava
assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non
conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e
gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo
delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e che
non abbia valso a difesa.
Non credo di avere nulla da cancellare o da
correggere, bensì qualcosa da aggiungere. Che molti (ed io stesso) abbiano
provato «vergogna», e cioè senso di colpa, durante la prigionia e dopo, è un
fatto accertato e confermato da numerose testimonianze. Può sembrare assurdo,
ma esiste.
[...] sul piano razionale, non ci sarebbe stato molto
di cui vergognarsi, ma la vergogna restava ugualmente, soprattutto davanti ai
pochi, lucidi esempi di chi di resistere aveva avuto la forza e la possibilità.
[...] È un pensiero che allora ci aveva appena sfiorati, ma che è ritornato
«dopo»: anche tu forse avresti potuto, certo avresti dovuto [...]
Più realistica è l'autoaccusa, o l'accusa, di aver
mancato sotto l'aspetto della solidarietà umana. Pochi superstiti si sentono
colpevoli di aver deliberatamente danneggiato, derubato, percosso un compagno:
chi lo ha fatto (i Kapos, ma non solo loro) ne rimuove il ricordo; per contro,
quasi tutti si sentono colpevoli di omissione di soccorso. [...]
Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed
in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più
degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegna i
tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia
mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni palesi, non hai
soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti avuto la forza?), non hai
accettato cariche (ma non ti sono state offerte...), non hai rubato il pane di
nessuno; tuttavia non lo puoi escludere. È solo una supposizione, anzi, l'ombra
di un sospetto: che ognuno sia il Caino di suo fratello, che ognuno di noi (ma
questa volta dico «noi» in un senso molto ampio, anzi universale) abbia
soppiantato il suo prossimo, e viva in vece sua. È una supposizione, ma rode;
si è annidata profonda, come un tarlo; non si vede dal di fuori, ma rode e
stride.
[...] I «salvati» del Lager non erano i migliori, i
predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto
dimostrava l'esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli
egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della «zona grigia», le spie.
Non era una regola certa (non c'erano, né ci sono nelle cose umane, regole
certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato fra i
salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli
occhi miei e degli altri. [...]
indice Repubblica di Weimar Adolf Hitler Tacito il Volk tedesco
l’ebreo
Brecht
Levi Nietzsche arte degenerata
Norimberga cronologia
bibliografia links