L'EBREO
INDICE
l'antisemitismo
l'antisemitismo
nel nazionalsocialismo
L'ANTISEMITISMO
L'antisemitismo come atteggiamento e come politica
persecutoria ha radici in Europa ben più antiche di quelle connesse al nazismo.
L'antigiudaismo, posizione ideologica su basi religiose ostile agli ebrei,
percorse infatti la storia dell'uomo fin dall'età precristiana e coinvolse
anche l'Islamismo e altre culture. Tra i cristiani l'antigiudaismo ha tratto
spunto da due grandi accuse rivolte agli ebrei: quella di aver ucciso Dio nella
persona di Gesù Cristo e quella di essere alleati del demonio. Con
sant'Agostino, l'antisemitismo ha trovato un'ulteriore base nella tesi del
"popolo testimone": gli ebrei dovevano essere umiliati e discriminati
poiché nel disegno divino dovevano svolgere il ruolo di testimoni della verità
del Cristianesimo. Questa ostilità era rimasta forte lungo tutto il Medioevo e
nell'epoca moderna e sempre numerosissimi erano stati i pogrom
antiebraici (ad esempio nella Russia zarista), validi strumenti nelle mani dei
potenti per deviare l'ira delle masse per una carestia, una guerra, ecc. contro
un comodo capro espiatorio.
Naturalmente, l'antagonismo religioso non era
contenuto nei limiti del dogma né le armi di cui ci si serviva erano soltanto
teologiche, ma, fosse per accusare gli ebrei di cospirazione intesa al
soggiogamento e allo sterminio dei Gentili, fosse per denunciare i presunti
omicidi rituali ed infanticidi da essi perpetrati, gli agitatori antisemitici
si rifacevano sempre, per avvalorare le loro calunnie, ad un'interpretazione
dei commenti alla legge ebraica (Talmud). Queste accuse, di carattere
essenzialmente religioso, ben presto si fecero strada anche nel mondo secolare:
ancora negli anni attorno al 1860 in Germania, in Francia, nell'impero
austriaco, la leggenda dell'omicidio rituale era ben viva e diffusa fra le
popolazioni. Nel solo impero austriaco, tra il 1867 e il 1914, si ebbero non
meno di dodici processi per omicidio rituale; certo, undici imputati andarono
assolti, ma l'unica condanna, pronunciata nel 1899, fu ritenuta prova
sufficiente del valore generale dell'accusa.
Nel corso dell'800, tra i razzisti tedeschi, l'accusa
più frequente rivolta agli ebrei era quella di cospirare per raggiungere il
dominio della Germania e del mondo. Questa tesi avrebbe trovato sostegno in uno
dei più mostruosi falsi del XX secolo: i Protocolli dei Savi Anziani di Sion,
i verbali contraffatti di una riunione segreta della cospirazione ebraica
mondiale, fabbricati dall'Okhrana, la polizia segreta zarista. I Protocolli
non si limitavano soltanto a immaginare l'esistenza, su scala mondiale, di una
segreta cospirazione ebraica: quel testo si presentava come un vero e proprio
manuale di strategia e di tattica che spiegava ai presunti congiurati come
avrebbero dovuto sovvertire le istituzioni e i valori tradizionali, come manipolare
l'opinione pubblica e i mezzi di informazione. I falsari dell'Okhrana autori
dei Protocolli ricavarono tutte queste presunte tecniche ebraiche da un
libello satirico, scritto nel 1864, contro i metodi machiavellici
dell'imperatore francese Napoleone III. I Protocolli, attraverso Alfred Rosenberg
(1893-1946), il "capo intellettuale" del partito nazista, giunsero
nelle mani di Hitler, e plasmarono in modo indelebile la visione che il futuro
Führer aveva degli ebrei.
Gli stessi teorici del Volk, mentre si
preoccupavano di definire con tanta precisione l'eroe nazional-patriottico, si
occupavano con altrettanto impegno ad indicarne il nemico, identificato in
primo luogo con l'ebreo. L'ebreo faceva paura in quanto espressione dello
sradicamento, poiché apparteneva, sì, ad un Volk, ma ad un Volk
che non occupava un territorio specifico, perennemente inquieto: e non c'era
nulla di più negativo per intellettuali che vedevano le virtù morali dell'uomo
come promanazioni derivate dal contatto fisico con la terra natia.
La letteratura popolare dava dell'ebreo, lo
straniero, un'immagine stereotipa via via più sgradevole; i romanzi contadini
in numero sempre crescente descrivevano l'ebreo che calava dalla città sulla
campagna per privare il contadino della sua ricchezza e della sua terra; ed
era, questa sua, un'azione quanto mai insidiosa: privando il contadino della
sua legittima proprietà, la terra, l'ebreo ne recideva i legami con la natura,
col Volk e con la forza vitale. In questo senso, l'ebreo è dunque
identificato con la moderna società industriale che sottrae al contadino le sue
radici, distruggendo la parte più genuina del Volk. L'idea dell'antitesi
ebreo-contadino non era frutto di mera astrazione, ma aveva qualche vago
fondamento nella realtà: quando i contadini versavano in difficoltà
finanziarie, si rivolgevano all'usuraio ebreo, il quale a volte, per farsi
pagare, inevitabilmente ricorreva al sequestro delle terre. Nella prospettiva
distorta del contadino oberato di debiti il giudeo rappresentava il nemico, la
componente di più facile identificazione dell'avido potere della moderna
civiltà capitalistica, ed era assurto a causa delle disgrazie del popolo
tedesco. Nei romanzi popolari, dunque, i personaggi ebraici mancavano del tutto
di qualità umane ed erano pervasi da una spasmodica sete di denaro e di potere.
Inoltre, in perfetta coerenza con gli ideali razziali
che allora prendevano piede, l'equiparazione dell'ebreo col male andava di pari
passo con l'accentuazione dei suoi tratti esteriori: non era forse la razza un
criterio totale? Le caratteristiche fisiche dell'ebreo venivano di conseguenza
contrapposte all'ideale germanico di bellezza: da un lato una figura contorta,
corpulenta, dalle gambe corte e, ovviamente, il "naso ebraico",
dall'altro quella ben proporzionata, elegante ed atletica, rispondente a tutti
i canoni dell'estetica, dell'uomo nordico. I razzisti decretavano che tutti gli
ebrei fossero brutti, barbuti, avvolti in caffettani, e le masse ci credevano:
certo, stereotipi del genere avevano corso fin dal sedicesimo e diciassettesimo
secolo, ma allora mancavano di un'efficacia così decisiva.
Infine, un'altra pregiudiziale nei confronti degli
ebrei era la loro fede, che li isolava dal resto della società e faceva di loro
una minoranza pericolosa e compatta all'interno dello Stato cristiano. Il
giudaismo era considerato come qualcosa di misterioso e privo di radici morali,
e la mancanza di una vera religione era sinonimo di tendenza al male.
Insomma, per i teorici della razza, gli ebrei,
infiltrandosi nel corpo del Volk, ne corrompevano la purezza del sangue
e dovevano essere sterminati. Incarnazione del materialismo e del modernismo,
dello sradicamento, la forza maggiormente in antitesi con i valori del Volk,
l'ebreo inevitabilmente contraddiceva al carattere interiore della nazione
tedesca, cosa perfettamente comprensibile, dal momento che gli ebrei erano
rimasti isolati dal flusso vitale e le loro anime si erano pietrificate.
Poiché, quindi, mancavano di un'anima e non erano in grado di ristabilire il
contatto con la forza vitale, impossibile che possedessero virtù fondamentali
come l'onestà e la lealtà, inscindibili dalla "genuina" forza della
natura di cui soltanto la razza germanica era portatrice ed esempio. Gli ebrei
non erano che gli aspiranti oppressori e gli eterni nemici dei tedeschi.
L'ANTISEMITISMO NEL NAZIONALSOCIALISMO
L'origine dell'antisemitismo di Hitler è ancora per
molti versi misteriosa. Svariate sono le ipotesi di storici, psicologi,
sociologi in merito, alcune piuttosto fantasiose: c'è chi pensa che il nonno
paterno di Hitler fosse ebreo (addirittura un Rothschild!), altri (come Simon
Wiesenthal) sostengono che una prostituta ebrea gli abbia attaccato la sifilide
a Vienna, altri ancora che un medico ebreo abbia torturato la madre di Hitler
morente, malata di cancro, con cure inutili e dolorose o che un violinista
ebreo abbia messo incinta sua nipote Geli, con la quale Hitler aveva una
relazione, e così via. Tutte spiegazioni che rispondono più al folklore e alle
"leggende" che ormai circondano la persona di Hitler che ad uno
studio serio e scientifico.
Non si può ignorare, ovviamente, quel che disse lo
stesso Hitler a proposito dell'origine del proprio antisemitismo. In Mein
Kampf egli afferma che, fino all'epoca del suo trasferimento a Vienna nel
1907, all'età di diciotto anni, non aveva avuto quasi nessun contatto con gli
ebrei e considerava l'antisemitismo come qualcosa di volgare, un pregiudizio
delle classi inferiori. Ma a Vienna avrebbe avuto una visione, un'esperienza
rivelatrice che l'avrebbe profondamente cambiato: si trovò per la prima volta,
come ci vuol far credere, faccia a faccia con un Ostjuden, un ebreo
dell'Europa orientale con addosso la divisa degli abitanti del ghetto: «Una
volta che mi aggiravo nelle vie del centro [di Vienna] capitai improvvisamente
su un personaggio dal lungo kaftan e dai riccioli neri. Anche costui un ebreo?
fu il mio primo pensiero... ma quanto più lungamente fissavo quel viso straniero
esaminandolo tratto per tratto, tanto più si trasformava nel mio cervello la
prima domanda in una seconda: è costui anche tedesco?». La pretesa che la
sconcertante apparizione di quell'ebreo l'avesse improvvisamente e potentemente
colpito, gli avesse aperto gli occhi sul conto degli ebrei, l'avesse indotto a
vedere in loro - come non aveva mai fatto prima - degli esseri estranei e
minacciosi, non resiste ad un attento esame. Essa ha tutta l'aria di una
costruzione fabbricata retrospettivamente per dare l'impressione che dalla
persona di quell'ebreo emanasse una potente e intrinseca essenza malefica, che
scosse in profondità Hitler, facendogli mutare il suo precedente e innocente
atteggiamento nei confronti degli ebrei...
Molto probabilmente la causa prima dell'odio mortale
di Hitler per gli ebrei rimarrà uno degli enigmi della storia ed in fondo ormai
scoprirlo ha un'importanza solo relativa.
Quello che più conta è che le sue concezioni sono
diventate il programma di un partito che ha poi conquistato il potere e che si
è servito di tutti i mezzi per attuare la sua folle "crociata": gli
ideali di un pazzo sono divenute leggi per un popolo intero e sono state
tradotte in pratica in quella che probabilmente è l'opera umana più demoniaca
che la storia abbia visto, la Shoah, l'Olocausto, la "soluzione
finale".
Molte delle idee antisemite del nascente Partito
nazista, nella Monaco di inizio anni '20, derivarono dagli scritti di Dietrich Eckart, giornalista
ed editore di un periodico nazional-patriottico, che fu il migliore amico di
Hitler fino alla sua morte, avvenuta nel 1923: i due formavano una coppia
indivisibile, e a Hitler toccava la parte del discepolo avido e pronto ad
apprendere. Eckart scriveva: «Il problema ebraico costituisce la questione
chiave dell'umanità, quella che in effetti contiene in sé tutti gli altri
problemi. Nulla al mondo rimarrebbe più nell'ombra, se si potesse far luce sui
segreti dei giudei».
In seno al partito nazionalsocialista vi sono sempre
state tendenze divergenti e anche diametralmente opposte, da quelle più
reazionarie e conservatrici a quelle apertamente socialiste, ma il cemento
emozionale ed ideologico con cui il Führer riuscì a tenere insieme le varie
forze centrifughe, oltre all'assoluta obbedienza al capo, fu sempre l'odio
antiebraico. Ma l'antisemitismo che Hitler aveva abbracciato non era affatto un
espediente di carattere opportunistico, era invece una convinzione
profondamente radicata, ulteriormente rafforzata dal suo attaccamento
all'intera Weltanschauung nazional-patriottica. E benché il suo
antisemitismo rientrasse in una propensione allo spiritualismo, esso si
manifestava tuttavia in forme quanto mai concrete. Che si trattasse di nozioni
che apparivano così concrete da avere presa sul pubblico dimostra che la
popolazione era già familiarizzata ad esse, che queste idee preesistevano a
Hitler. Il quale infatti non le aveva certo inventate: Hitler era semplicemente
l'erede diretto del nazional-patriottismo, anche se dimostrava particolare
abilità nell'intuire quanto sensibili fossero le masse tedesche alla traduzione
in termini antisemitici dei problemi nazionali.
Che il richiamo dell'antisemitismo superasse i limiti
della psicopatologia e non dipendesse da questa quanto alla possibilità di
essere accolto, è reso evidente dall'immagine corrente dell'ebreo. Se
l'immagine di un ebreo particolare poteva bastare ad appagare le frustrazioni
di una mente alterata, tale "individualizzazione" non sarebbe stata
sufficiente al raggiungimento del fine desiderato nella cornice di un'ideologia
politica. Perché l'immagine dell'ebreo potesse scatenare reazioni sentimentali
e divenire il termine di contrasto di un movimento di massa, l'ebreo doveva
essere generalizzato, astratto, spersonalizzato, doveva essere trasformato in
simbolo, cessando così di essere creatura umana. Hitler presentò il male nella
specie giudaica come astratto stereotipo: l'ebreo era avviato sulla strada
della disumanizzazione, veniva privato della sua individualità. Fin dal 1919,
infatti, il futuro Führer negava che l'antisemitismo potesse fondarsi sui
sentimenti personali nei confronti del singolo ebreo, per quanto odioso questi
potesse essere. Al contrario, i mali di cui gli ebrei erano un simbolo erano un
"fatto", erano insiti nella loro razza. Hermann Rauschning ha
sottolineato che, per Hitler, «l'ebreo era un principio».
Se la definizione del giudaismo andava facendosi
sempre più astratta, sempre più concreto diveniva l'antisemitismo degli
aderenti al partito nazista; violenza e crudeltà nei confronti degli israeliti
divennero elementi espliciti e di primaria importanza dell'ideologia di massa,
tutta volta allo sfogo in senso emozionale dell'impulso rivoluzionario. Il
grido di "Juda verrecke" ("Crepa giudeo") entrò
nell'uso comune; ancora più truci, e di conseguenza più popolari, erano le
strofe cantate dalle SA mentre marciavano per le strade, e che cominciavano col
verso: «Quando sangue ebraico sgocciola dal coltello». Feroci slogan, in cui si
esprimeva la culminazione di quel processo di disumanizzazione degli ebrei,
associata a idee di forza.
Conquistato il potere, Hitler dimostrò di saper
elaborare un programma tale da poter essere mandato a effetto con la massima
facilità e con la piena collaborazione del popolo e dei carnefici. La stampa
continuò a soffiare sul fuoco dei sentimenti antiebraici popolari per tutta la
durata del Terzo Reich, tenendoli desti nell'esatta misura necessaria a
permettere l'applicazione delle misure intese a raggiungere i fini proposti
alla nazione. Con l'immagine, con le pellicole cinematografiche, attraverso
conferenze e opere narrative, si incoraggiava a tutti i livelli la crudeltà nei
confronti degli ebrei: Der Stürmer, il giornale antisemitico di Julius Streicher, uno
dei più antichi seguaci di Hitler, si distingueva fra tutte le altre
pubblicazioni per la particolare virulenza e rozzezza dei suoi attacchi. Appare
quindi più spiegabile il fatto che, quando Hitler diede il via alla sua
campagna di eliminazione fisica degli ebrei, trovasse scarsissima opposizione
fra coloro che sapevano e ben poche fossero le defezioni tra coloro di cui si
servì allo scopo.
Ma, mentre ancora andava rafforzando la propria
posizione di dominio, il governo nazista provò, sia pure per un breve momento,
a risolvere il problema ebraico per mezzo della legislazione e incoraggiando
l'emigrazione degli israeliti. Quando il 15 settembre 1935 vennero istituite le
leggi di Norimberga, il regime aveva già alle spalle uno stillicidio di
provvedimenti contro gli ebrei che limitavano di molto la loro capacità
giuridica. Con la legge del 7 aprile 1933 sull'epurazione della pubblica
amministrazione era stato possibile cacciare i funzionari «di origine non
ariana» (tali erano coloro che avessero ebreo almeno uno dei due nonni),
successivamente gli ebrei vennero espulsi da altre attività professionali, da
quella forense a quella medica e odontotecnica. Sempre nell'aprile del 1933
furono introdotte limitazioni numeriche per l'accesso degli ebrei a scuole e
università. Nel maggio gli ebrei furono esclusi dalla professione di consulenti
fiscali. Nel luglio fu prevista la revoca della cittadinanza acquisita da ebrei
tra il 9 novembre 1918 e il 1933. Per accedere alla legge del 29 settembre 1933
sulla proprietà ereditaria della terra bisognava non avere "sangue
ebraico"; il non avere origine ebraica diventava condizione preliminare
per poter essere ammesso all'abilitazione professionale in quasi tutti i campi,
compreso l'ingresso nella carriera militare. Gli ebrei non erano più cittadini
di uguali diritti già prima delle leggi di Norimberga.
E tuttavia le due leggi di Norimberga, quella sulla
cittadinanza del Reich e quella per la tutela del sangue tedesco e dell'onore
tedesco, incisero in maniera fondamentale sul loro statuto. Con la prima legge
veniva stabilito che cittadino del Reich, ossia cittadino di pieno diritto, con
il pieno godimento dei diritti politici, era soltanto il cittadino tedesco o di
sangue affine. Di conseguenza «un ebreo non può essere cittadino del Reich. Non
gli spetta alcun diritto di voto in questioni politiche; non può ricoprire un
ufficio pubblico» (dal programma della NSDAP stilato da Hitler e da Anton Drexler il 24
febbraio 1920). La legge per la tutela del sangue tedesco proibiva la
conclusione di matrimoni tra ebrei e cittadini di sangue tedesco, nonché
qualsiasi tipo di rapporto sessuale tra le stesse categorie.
Il significato delle leggi di Norimberga va letto nei
suoi aspetti psicologici e nei suoi riflessi politici e giuridici. Dal punto di
vista psicologico, la codificazione della discriminazione abbatteva ogni
inibizione residua: l'antisemitismo non era più soltanto un fatto di costume o
un fatto lecito, diventava addirittura obbligatorio. Dal punto di vista
politico e giuridico, la privazione della piena cittadinanza agli ebrei creava
forti strumenti di pressione ai fini del loro espatrio e della confisca dei
loro averi. Soprattutto, una volta compiuta questa massiccia opera di
separazione dell'elemento ebraico dal resto della popolazione tedesca, il venir
meno di vincoli derivanti da una sorte comune allentò intorno agli ebrei anche la
possibilità di gesti e manifestazioni di solidarietà. L'attenzione per gli
ebrei diminuiva, nel senso che una volta segregati e ufficialmente e
pubblicamente diffamati - non per quanto avessero fatto contro il regime ma
semplicemente per quello che erano, per il semplice fatto di esistere - essi
potevano essere esposti a qualsiasi vessazione senza che questo creasse più
scalpore.
Nel corso del 1938 la persecuzione contro gli ebrei
conobbe un'ulteriore acutizzazione. Il censimento dei patrimoni ebraici, disposto
in aprile, fu il preludio alla vera e propria rapina di Stato a favore
dell'economia tedesca, spesso dell'economia di guerra. La cacciata completa
degli ebrei dalla vita economica divenne in quest'epoca la parola d'ordine del
maresciallo Hermann Göring
(1893-1946), nella sua qualità di responsabile del piano quadriennale, ossia
del programma di preparazione economica per la guerra.
La "Notte dei cristalli" (Kristallnacht)
del 9 novembre 1938 non arrivò improvvisa, fu il culmine di una serie di
provocazioni. L'occasione immediata per lo scatenamento della violenza nazista
fu l'espulsione dal Reich, decretata alla fine di ottobre, degli ebrei di
cittadinanza polacca. Il 7 novembre un giovane emigrato polacco, Herschel
Grynszpan, uccideva a Parigi un consigliere dell'ambasciata tedesca nella
capitale francese, Ernest vom Rath, per protestare contro l'avvenuta
deportazione dal Reich dei suoi genitori. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre
la Germania fu percorsa dall'ondata di violenze antisemite più atroce che
l'Europa avesse conosciuto dai tempi dei pogrom zaristi. Centinaia di
sinagoghe furono date alle fiamme, migliaia di negozi e di studi professionali
di ebrei furono distrutti, abitazioni incendiate, innumerevoli ebrei percossi,
poche decine gli uccisi, ma decine di migliaia gli ebrei arrestati e deportati
in campo di concentramento. Non fu una reazione spontanea della popolazione
tedesca al complotto dell'internazionale ebraica per soffocare la Germania,
come voleva la propaganda nazista: fu un'altra delle grandi campagne di massa
promosse e manovrate dallo stesso responsabile dell'educazione e della
propaganda Joseph Goebbels, che autorizzò di fatto la NSDAP e le SA a scatenare
il pogrom.
Come e perché proprio in quel momento? Si può pensare
ad un'operazione di carattere interno, per operare un livellamento delle
coscienze senza più alcuna riserva nei confronti dell'opinione pubblica, per
scoraggiare e deprimere qualsiasi residua volontà dissidente; se questo era
l'intento, lo scopo fu conseguito: non vi furono reazioni pubbliche. Agli
ebrei, completamente isolati nella società, fu imposta una durissima penale e
lo stesso risarcimento dei danni.
La "arianizzazione" dei beni ebraici subì
un'ulteriore accelerazione e i dirigenti nazisti discussero seriamente di una
possibile ghettizzazione degli ebrei e dell'eventualità di imporre loro un
segno distintivo. Incominciarono a piovere divieti di spostamenti, divieti di
presentarsi a pubblici spettacoli, espulsione di tutti gli ebrei da scuole e
università, chiusura di tutte le aziende ebraiche ed esproprio dei fondi di
proprietà degli ebrei. Agli ebrei fu ritirata la patente di guida; gli ebrei
furono costretti a consegnare tutti gli oggetti d'oro e i preziosi di loro
proprietà, i contratti d'affitto furono modificati a loro svantaggio; allo
scoppio della guerra fu addirittura imposto per loro il coprifuoco. Dal 1°
gennaio 1939 ogni ebreo maschio doveva premettere al suo nome il prenome
Israel, ogni ebrea femmina quello di Sara, nel proprio documento di identità.
La guerra aumentò, se possibile, il cumulo di
provvedimenti a loro carico, tra disprezzo e sadismo. Si procedette per prima
cosa al sequestro degli apparecchi radio degli ebrei (29 settembre 1939),
indipendentemente dal fatto che ascoltassero o no emittenti nemiche. Agli ebrei
non dovevano essere distribuite le tessere di razionamento né per vestiti né
per generi di riscaldamento (6 febbraio 1940). Gli ebrei di Berlino potevano
acquistare generi alimentari soltanto in un'ora determinata, tra le 4 e le 5
del pomeriggio (4 luglio 1940), in modo che con la loro presenza non
contaminassero gli ariani che andavano a fare la spesa. Seguì l'imposizione
della stella gialla, come simbolo esteriore del nemico, emblema della
demonizzazione, anche all'interno del Reich (9 settembre 1941).
Ormai nessun ostacolo più si opponeva alla resa dei
conti definitiva con gli ebrei che i dirigenti nazisti avevano minacciato in
previsione del conflitto.
Con il termine "soluzione finale" (Endlösung)
si intende il piano di sterminio degli ebrei messo in atto sistematicamente dai
nazisti dal 1941 (almeno). È del 31 luglio di quell'anno, infatti, la direttiva
che Hermann Göring spedì al capo dei servizi di sicurezza del Reich, Reinhard
Heydrich (1904-1942), in cui per la prima volta si attesta questa espressione:
A
completamento del compito che le è stato assegnato il 24 gennaio 1939,
riguardante la soluzione del problema ebraico mediante l'emigrazione e l'evacuazione
condotte nel modo più opportuno, la incarico di provvedere a tutti i
preparativi necessari relativi alle questioni organizzative, tecniche e
materiali per giungere a una completa soluzione entro la sfera dell'influenza
germanica in Europa.
Dovunque
siano coinvolti altri organi governativi, dovranno collaborare con lei.
La invito
inoltre a sottopormi, nel prossimo futuro, un piano complessivo comprendente le
misure organizzative, tecniche e materiali necessarie per la realizzazione
della soluzione finale del problema ebraico da noi desiderata.
I pieni
poteri conferitigli da Göring fecero di Heydrich il "commissario per gli
affari ebraici" in tutto il continente, con l'incarico di provvedere al
compimento del principale obiettivo di Hitler: l'annientamento dell'ebraismo
europeo. Due settimane dopo aver dato a Heydrich carta bianca, Göring dichiarò
pubblicamente che «gli ebrei non hanno più ragione di esistere nei territori
dominati dalla Germania». Eppure, durante il processo di Norimberga, l'imputato
Göring affermò di non aver saputo nulla dei «terribili eventi» nei lager e di
aver sempre e soltanto «sottolineato la diversità delle razze», non la
superiorità di una sulle altre. Negò addirittura, ostinatamente, che il
genocidio fosse avvenuto: «Ma come vuole che fosse praticamente fattibile
assassinare due milioni e mezzo di persone?» domandò con espressione innocente
allo psicologo del carcere, Gustave Gilbert, nell'aprile del '46.
Come è noto, non siamo in possesso di nessun ordine
di sterminio firmato da Hitler, ma è a dir poco pretestuosa la posizione di chi
sostiene la sua estraneità o la sua ignoranza dei fatti: da quello che sappiamo
non ci può essere alcun dubbio nell'affermare che l'eliminazione degli ebrei fu
obiettivo di Hitler sin dagli albori della sua azione politica e la semplice
mancanza di una firma non può cancellare le innumerevoli prove del suo violento
antisemitismo.
Sin dal marzo del 1933 in Germania avevano cominciato
a sorgere i primi campi di concentramento, ma ciò che ebbe attuazione
provvisoria nei primi due anni dalla presa del potere, negli anni successivi
era destinato a diventare un'istituzione permanente del sistema e a conoscere
un progressivo sviluppo, cui la guerra avrebbe dato ulteriore incentivo.
Fondamentale è ricordare che il sistema
concentrazionario non fu una semplice degenerazione, ma un'espressione diretta
del sistema nazista; non fu un fatto eccezionale, ma una creazione organica al
sistema; non fu un'invenzione fine a se stessa, ma un'esperienza destinata a
incidere profondamente nel processo di disciplinamento della popolazione
tedesca. Più tardi, dopo l'inizio della guerra e l'estensione della dominazione
nazista a vasta parte dell'Europa, doveva prevalere l'aspetto più tipicamente
distruttivo nei confronti di vite umane considerate non degne di vivere, nel
quadro dell'inasprimento della lotta politico-razziale.
Non si finiva nei campi di concentramento per
scontare una pena detentiva, quindi per mandato dell'autorità giudiziaria, ma
generalmente solo per essere messi in condizione di non nuocere dal punto di
vista politico. In questo caso, cioè, la polizia politica diventava arbitra di
togliere dalla circolazione chiunque desse anche solo lontanamente il sospetto
di non essere in linea con il regime, senza bisogno di esserne avversario
attivo.
Nel 1938, l'estensione ai cosiddetti
"asociali" della possibilità di deportazione in campo di
concentramento allargava ulteriormente i poteri della Gestapo (la polizia
segreta nazista) e introduceva nei lager il lavoro forzato, in concomitanza fra
l'altro con la creazione delle imprese economiche delle SS destinate a
utilizzare la manodopera degli internati. Inoltre, dopo il pogrom di
novembre (la "notte dei cristalli") furono inviate nei lager anche
alcune decine di migliaia di ebrei, anticipando così sinistramente la funzione
dei campi di concentramento nella soluzione della questione ebraica.
L'introduzione di segni distintivi per le diverse categorie di detenuti (il
triangolo rosso per i politici, quello rosa per gli omosessuali, quello verde
per i criminali comuni, quello nero per gli asociali, quello lilla per i
testimoni di Geova, quello giallo per gli ebrei, che in genere si aggiungeva a
un altro colore) voleva sottolineare le diversità tra gli stessi prigionieri,
quasi a impedire che essi potessero presentare una loro omogeneità.
Soprattutto negli anni della guerra i campi furono
utilizzati con sempre maggiore spietatezza per l'eliminazione fisica degli
ebrei, nei campi di sterminio dotati di camere a gas e crematori; campi nei
quali l'eliminazione di vite umane era affidata ai sistemi più disumani,
compresi il lavoro più degradante e gli esperimenti pseudoscientifici compiuti
per conto delle SS da medici privi di ogni scrupolo, mossi spesso da puro sadismo
e al di fuori di ogni plausibile ipotesi di ricerca. Gli ebrei erano
considerati portatori di una malattia morale che avrebbe potuto corrompere il
corpo sano della nazione. Un medico dei campi di sterminio, Fritz Klein, disse:
«Il mio giuramento ippocratico mi dice di asportare dal corpo un'appendice
incancrenita. Gli ebrei sono l'appendice incancrenita dell'umanità, ecco perché
li elimino». Il simbolo di questa scienza demoniaca è stato considerato Joseph Mengele, un medico
che operò nel campo di Auschwitz. Lo scopo dei suoi esperimenti era quello di
«avanzare di un passo nella ricerca per dischiudere il segreto della
moltiplicazione della razza di esseri superiori destinati a governare [il
mondo]».
Manca una statistica esatta di quanti milioni di
persone siano passati attraverso i campi di concentramento e di sterminio,
forse intorno ai venti milioni, così come manca la cifra esatta di quanta parte
della popolazione tedesca sia stata coinvolta a tutti i livelli, dalla
sorveglianza all'amministrazione dei trasporti, nella corresponsabilità
dell'esistenza e della gestione dei lager: molte centinaia di migliaia di
persone, forse un milione.
A posteriori, le oscure minacce di distruzione della
razza ebraica che Hitler e i capi nazisti pronunciarono ripetutamente nella
prospettiva dello scoppio del conflitto non possono apparire certo semplici
trovate propagandistiche. Sin dalla metà del settembre del 1939 nelle aree
della Polonia occupate dai tedeschi erano stati previsti massicci trasferimenti
di ebrei allo scopo di concentrarli in alcune aree urbane circoscritte, il
primo passo verso la raccolta nei grandi ghetti, concepiti sempre tuttavia come
"soluzione temporanea" della questione. Se già queste misure
comportavano un livello molto elevato di violenza intrinseca, la loro
attuazione, affidata al Reichsführer delle SS Heinrich Himmler (1900-1945),
diventato ora anche Commissario per il consolidamento della razza tedesca, si
risolse in una catena ininterrotta di deportazioni, di eccidi, di gratuite
brutalità. Dopo l'offensiva della Wehrmacht in occidente caddero sotto il
controllo nazista anche gli ebrei di Francia, Belgio e Olanda, come era già
accaduto in Norvegia e in Danimarca.
Non sappiamo quando fu abbandonata l'idea, peraltro
mai perseguita seriamente e comunque di difficile realizzazione non essendo
l'isola dell'Oceano indiano sotto controllo tedesco, di allontanamento totale
degli ebrei dall'Europa per rinchiuderli in una sorta di riserva nel
Madagascar.
La resa dei conti con l'ebraismo minacciosamente
profetizzata dai nazisti avveniva nei fatti; era prassi, si può dire, normale.
Gli eccidi in massa delle Ensatzgruppen, le unità speciali delle SS e
dello SD, che in poche settimane massacrarono centinaia di migliaia di ebrei,
accompagnarono la fase trionfale dell'avanzata tedesca. Attraverso il
protocollo della conferenza del Wannsee del 20 gennaio 1942, che ebbe come
protagonisti i due più stretti collaboratori di Himmler, Heydrich e Adolf Eichmann (1906-1962),
responsabile della sezione ebraica presso lo RSHA (Ufficio centrale per la
sicurezza del Reich), conosciamo la mappa degli ebrei che furono censiti, Paese
per Paese, sul territorio europeo e che erano destinati all'eliminazione, per
un complesso di oltre 11 milioni di individui.
Nel settembre del 1941 nel campo di Auschwitz furono
eseguite le prime uccisioni in massa con il gas: il sistema funzionò e da
allora l'eliminazione poté procedere con ritmi e tecnologia industriali. Rudolf
Höss, il comandante di Auschwitz, ne ha lasciato la testimonianza più
agghiacciante. Un altro metodo, ritenuto «più umano» dai nazisti, impiegava
cristalli azzurri di acido cianidrico, che venivano introdotti dall'alto con
l'ordine: «Dategli da mangiare», in stanze dall'apparente aspetto di bagni per
docce.
I principali campi di sterminio furono allestiti nei
territori occupati della Polonia: Chelmno, Belzec, Treblinka, Sobibor,
Auschwitz, Majdanek. Una scelta non casuale: i grandi ghetti della Polonia si
sarebbero rivelati un'autentica trappola, l'anticamera vera e propria dei campi
di sterminio. All'arrivo nei campi i deportati venivano selezionati; gli uomini
al di sopra dei cinquant'anni, le donne al di sopra dei quarantacinque, i
giovani al di sotto dei quindici, i malati e gli infermi venivano eliminati.
Chi sopravviveva alla prima selezione era destinato a spremere le residue
energie per il lavoro al servizio del Terzo Reich.
Tra i molti problemi che la tragedia degli ebrei
lascia ancora aperti, rimane anche l'interrogativo sulle ragioni per le quali
nessuno intervenne a fermare l'opera distruttiva della Germania. Poiché la
conoscenza di quanto avveniva sotto l'occupazione tedesca era approssimativa ma
sufficiente, per cui nessuna potenza avrebbe potuto invocare l'attenuante della
mancata consapevolezza di quanto stava accadendo, tanto più difficile appare
formulare una risposta e tanto più inquietante il dubbio che interessi di
potenza e calcoli tattici o strategici possano aver impedito un intervento per
contrastare i progetti assassini.
Quanto al bilancio statistico del genocidio,
nonostante la frammentarietà delle fonti e nonostante i tentativi che furono compiuti
in extremis dai nazisti di far scomparire, quando e dove fu possibile, le
tracce dei crimini, gli elementi raccolti in decenni di ricerche, se non hanno
portato all'accertamento di cifre sicure al cento per cento, ci danno tuttavia
ragione dell'ordine di grandezza del genocidio. La cifra indicata dal tribunale
internazionale di Norimberga, che aveva stimato intorno ai 6 milioni il numero
degli ebrei uccisi, ha resistito nella sostanza a ogni contestazione critica e
a ogni revisione, se è vero che le ricerche più recenti e accreditate fanno
ascendere le vittime del genocidio tra la cifra minima di 5.300.000 e quella
massima di poco più di 6 milioni.
IL
COMPLOTTO MONDIALE EBRAICO
[...] la finanza ebraica desidera, contro gli stessi interessi
dello stato britannico, non solo la totale rovina economica della Germania, ma
anche la sua completa schiavitù politica.
[...] L'ebreo è dunque oggi colui che incita alla
totale distruzione della Germania. In qualunque parte del mondo vengano mossi
degli attacchi contro la Germania, sono sempre gli ebrei che li promuovono,
allo stesso modo in cui sia in pace che in guerra la stampa ebraica delle borse
e quella marxista hanno stimolato sistematicamente l'odio contro la Germania
finché gli stati, uno dopo l'altro, hanno rinunciato alla neutralità, mettendo
da parte i veri interessi del popolo, e sono entrati al servizio della
coalizione della guerra mondiale.
[...] L'annientamento della Germania non era un
interesse britannico ma in primo luogo un interesse degli ebrei esattamente
come al giorno d'oggi la disfatta del Giappone non serve tanto gli interessi
dello stato britannico ma risponde agli ambiziosi desideri dei capi
dell'auspicato impero mondiale ebraico. Mentre l'Inghilterra abbandona i suoi sforzi
per il mantenimento della sua posizione nel mondo, l'ebreo sta organizzando
l'assalto per la conquista di quella stessa posizione. Egli crede di tenere
oggi in pugno gli stati europei alla stregua di strumenti privi di volontà, sia
percorrendo la via di una cosiddetta democrazia occidentale sia nella forma del
dominio diretto attraverso il bolscevismo russo. Gli ebrei tengono nella loro
rete non solo il vecchio mondo, ma la stessa potenza delle borse degli Stati
Uniti d'America, che permette loro di accrescere sempre più, anno per anno, il
controllo sulla forza lavoro di un popolo di centoventi milioni di abitanti;
pochi sono coloro che, a loro dispetto, riescono ancor oggi a sottrarsi al loro
dominio...
ADOLF HITLER, Mein
Kampf
LEGGI DI
NORIMBERGA
Legge per la cittadinanza del Reich (15 settembre
1935)
Il Reichstag ha approvato all'unanimità la seguente
legge che qui viene promulgata.
[par.1] 1) È cittadino dello Stato (Staatsangehöriger)
colui che fa parte della comunità protettiva del Reich tedesco, con il quale ha
dei legami che lo impegnano in maniera particolare.
2) L'appartenenza allo Stato viene acquisita in base
alle norme della legge che regola l'appartenenza al Reich ed allo Stato.
[par.2] 1) Cittadino del Reich (Reichsbürger)
è soltanto l'appartenente allo Stato di sangue tedesco o affine il quale con il
suo comportamento dia prova di essere disposto ed adattato a servire fedelmente
il popolo ed il Reich tedesco.
2) Il diritto alla cittadinanza del Reich viene
ottenuto attraverso la concessione del titolo di cittadino del Reich.
3) Il cittadino del Reich è il solo depositario dei
pieni diritti politici a norma di legge.
[par.3] Il ministro degli Interni del Reich in
accordo con il sostituto del Führer provvederà all'emanazione delle norme giuridiche
ed amministrative necessarie per l'attuazione e l'integrazione della legge.
Legge "per la protezione del sangue e dell'onore
tedesco" (15 settembre 1935)
Pervaso dal riconoscimento che la purezza del sangue
tedesco è la premessa per la conservazione del popolo tedesco ed animato dal
proposito irriducibile di assicurare il futuro della nazione tedesca, il
Reichstag ha approvato all'unanimità la seguente legge che qui viene
promulgata.
[par.1] 1) Sono proibiti i matrimoni tra ebrei e
cittadini dello Stato di sangue tedesco o affine. I matrimoni già celebrati
sono nulli anche se celebrati all'estero per sfuggire a questa legge.
2) L'azione legale per l'annullamento può essere
avanzata soltanto dal Procuratore di Stato.
[par.2] Sono proibiti rapporti extra-matrimoniali tra
ebrei e cittadini dello Stato di sangue tedesco o affine.
[par.3] Gli ebrei non potranno assumere al loro
servizio come domestiche cittadine di sangue tedesco o affine sotto i 45 anni.
[par.4] 1) Agli ebrei è proibito innalzare la bandiera
del Reich e quella nazionale ed esporre i colori del Reich.
2) È permesso loro invece esporre i colori ebraici.
L'esercizio di questa facoltà è protetto dallo Stato.
[par.5] 1) Chi contravviene al divieto di cui al par.1
viene punito con il carcere duro.
2) Chi contravviene alle norme di cui al par.2 viene
punito con l'arresto o con il carcere duro.
3) Chi contravviene alle norme di cui ai parr.3 o 4
viene punito con la prigione sino ad un anno e con una multa o pene di questo
genere.
[par.6] Il ministro degli Interni del Reich, in
accordo con il sostituto del Führer ed il ministro per la Giustizia del Reich,
emana le norme giuridiche ed amministrative necessarie per l'attuazione e
l'integrazione della legge.
UN BILANCIO
DELLA "NOTTE DEI CRISTALLI"
I comunicati degli uffici di polizia giunti sino
all'11 novembre 1938 offrono il seguente quadro della situazione nel suo
complesso.
In numerose città sono stati saccheggiati negozi e rivendite
ebree. La polizia, per impedire altri saccheggi, è intervenuta energicamente in
tutti i casi. 174 persone sono state arrestate per saccheggio.
L'ampiezza delle distruzioni di negozi e di
abitazioni degli ebrei non può essere tradotta in cifre sino a questo momento.
Le cifre indicate nel rapporto rispecchiano soltanto una parte delle
distruzioni realmente effettuate, qualora non si tratti di incendi: 815 negozi
distrutti, 29 rivendite incendiate o distrutte con altri mezzi, 171 case di
abitazione incendiate o distrutte. Poiché il rapporto doveva essere steso con
la massima urgenza, i comunicati giunti sino a questo momento dovettero
limitarsi soltanto a basarsi su informazioni molto generali come «numerosi» o
«negozi per la maggior parte distrutti». Le cifre indicate quindi debbono
venire ulteriormente moltiplicate.
191 sinagoghe sono state messe a fuoco, altre 76
completamente distrutte. Inoltre vennero messe a fuoco 11 tra sedi delle
comunità, cappelle funebri e simili ed altre 3 completamente distrutte.
Sono stati tratti in arresto circa 20.000 ebrei, ed
inoltre 7 ariani e 3 stranieri. Questi ultimi sono stati trattenuti per
garantire loro la sicurezza personale.
Sono stati notificati 36 casi mortali ed altri 36
casi di ferite gravi. Gli uccisi ed i feriti sono tutti ebrei. Inoltre mancano
notizie di un ebreo. Tra gli ebrei uccisi c'è un cittadino polacco e tra i
feriti altri due cittadini polacchi.
REINHARD HEYDRICH,
Rapporto a Göring
UN DIALOGO
FRA GOEBBELS E GÖRING
La persecuzione degli ebrei non era destinata a
terminare con la notte o la settimana dei cristalli. Erano all'opera sia
Goebbels sia Göring, anche se in contrasto fra loro. Goebbels proponeva di
trasformare in parcheggi le aree dove sorgevano le sinagoghe date alle fiamme,
non appena le macerie fossero state sgombrate dagli stessi israeliti.
Annunciava di aver preparato un decreto per impedire loro l'ingresso nei
teatri, nei cinema, nei circhi affinché gli ariani vi trovassero posto più
facilmente. Descriveva con minuzia l'intollerabile eventualità nella quale un
ariano si fosse trovato a dividere un vagone letto con un ebreo. Si diffondeva
in una disamina da regolamento ferroviario, in un battibecco con Göring che
sembrava tolto di peso da una farsa di Feydeau. «Mi sembra più ragionevole
assegnare agli ebrei scompartimenti separati» diceva il feldmaresciallo. «E se
il treno è sovraffollato?» replicò Goebbels. «Allora ogni treno conterà una
sola vettura per gli ebrei.» «E nel caso in cui sia piena?» «Chi non troverà
posto resterà a casa!» urlò il feldmaresciallo, paonazzo in volto. «Mettiamo
allora che sull'espresso per Monaco salgano pochi ebrei - sottilizzò Goebbels -
e che gli altri vagoni siano zeppi. È giusto che gli ebrei viaggino comodi e
gli ariani no? È necessario stabilire con un decreto che gli ebrei hanno
diritto a un posto a sedere solo se tutti gli ariani ne avranno uno.» «Ma quale
decreto - urlò Göring - basterà un calcio in culo! Gli ariani occuperanno lo
scompartimento e gli ebrei troveranno posto nel cesso.» «Già, e se un ariano
avrà bisogno della toilette?» replicò più finemente Goebbels. E aggiunse: «È
meglio che gli ebrei stiano in piedi nei corridoi.» «No, no, no! Il loro posto
è il cesso!» urlò il feldmaresciallo.
ANTONIO SPINOSA, Hitler, il figlio della Germania
IL 1938
NEI RICORDI DI UN EBREO TEDESCO
Non meno radicale dell'annientamento degli Ebrei fu
l'estirpazione di tutto ciò che ha sempre fatto amare l'Austria e ha
rappresentato il fascino della sua gente, e che ora è stato ritenuto
"grande-tedesco" e annesso [annektiert] alla Germania.
L'operazione è stata chiamata cortesemente Anschluss
["unione"], come se un Paese potesse mai unirsi ad un altro quando lo
si aggredisce, lo si occupa militarmente e poi lo si sfrutta senza alcun
riguardo. Con la sopraffazione violenta dell'Austria io ho perso per la seconda
volta la mia patria, ed è svanita per sempre la speranza di poterci tornare
almeno una volta. Anche la diffusione dei miei libri è ormai limitata alla sola
Svizzera, e non ha più senso nemmeno continuare a scrivere nella propria lingua
se uno è costretto poi a non avere lettori tedeschi.
Dopo Vienna fu il turno di Bruna [Brno], a Bruna
seguì Praga, e si finì con la svolta improvvisa del cedimento inglese. Questi
due eventi portarono entrambi ad un inasprimento della caccia all'ebreo e
all'adozione delle leggi razziali da parte dell'Italia, destinate naturalmente
soprattutto a tenere lontana dall'Italia stessa la corrente migratoria. Nel
dicembre 1938 il consolato generale tedesco mi richiese il passaporto, che fu
stampigliato sulla prima facciata con una "J" rossa, in modo da
segnalare immediatamente a tutte le autorità che il titolare di questo
passaporto tedesco non era un tedesco bensì un ebreo. Inoltre mi fu imposto di
dichiarare che avevo assunto come secondo cognome "Israel", che fu
annotato anche sul passaporto. Erano ammessi soltanto cognomi come Abieser,
Abimelech, Ahasja ecc., cognomi che nessuno aveva e conosceva, mentre tutti i
cognomi biblici noti, che erano anche cognomi cristiani, non erano permessi,
per sottolineare ancor più l'estraneità dell'ebreo. La maggior parte dei
tedeschi probabilmente ha visto in questi due provvedimenti, ammesso che vi
abbiano fatto caso, nient'altro che una norma politica. Perché mai - devono
aver pensato - un ebreo non dovrebbe essere indicato come tale anche sul
passaporto, essendo ormai finiti i tempi in cui gli Ebrei si mimetizzavano
cambiando il loro cognome? Solo chi è stato ferito e intenzionalmente offeso in
tutto il suo essere materiale e morale da queste norme può valutare la bassezza
e la rozzezza di questa nuova disposizione che ci impone un cognome con cui non
siamo mai stati chiamati e ci segna con un marchio che in tedesco avverte: Ecce
Homo!, state attenti, egli non è dei nostri ma fa parte della feccia dell'umanità,
e potete farne quel che volete! E anche se nell'attuale congiuntura bellica il
mio passaporto ebraico mi potrebbe essere più utile che dannoso, la mia
reazione tuttavia è stata ed è una sola: liberarmi una volta per tutte del
passaporto tedesco, e con esso non certo della mia origine ebraica e del mio
vero nome, ma della cittadinanza tedesca, con la quale non ho più nulla da
spartire.
KARL LÖWITH, La mia vita in Germania prima e dopo
il 1933
TEORIA E
PRATICA DELL'ANTISEMITISMO NAZISTA
È stato affermato più volte che il nazismo fu
soprattutto una religione. Dimostrarlo ci porterebbe troppo lontano: ci basti
osservare che le tre caratteristiche richieste per definire una religione - la
percezione di una potenza superiore, la sottomissione a questa potenza e le
relazioni con essa - vi erano incontestabilmente presenti. L'anima della razza,
il sangue e il suo appello misterioso, rappresentano la potenza immanente e
superiore concretizzata dal popolo (Volk); la sottomissione al Führer,
che ne è l'emanazione, è incondizionata e assoluta; e il Führer, che sa
cogliere in modo infallibile i comandamenti dell'anima della razza, è anche il
grande sacerdote che sa esprimere la volontà divina.
Ma l'anima della razza, il sangue, il Volk,
oggetti di sacra reverenza, resterebbero nozioni vaghe e fluide se non fossero
rese tangibili agli occhi dei fedeli opponendo ad esse un'antirazza, un
antipopolo, ben presente e in carne e ossa. L'Ebreo, principio dell'impurità e
del male, simboleggia il Diavolo: «Se l'Ebreo non esistesse, bisognerebbe
inventarlo», perché una religione di questo tipo non può fare a meno di un
diavolo.
Questo dualismo manicheo era essenziale. La presenza
del diavolo faceva sì che meglio si percepisse il dio: scatenando l'odio verso
l'impuro, l'adorazione della divinità ne veniva stimolata. La religione della
razza dei Dominatori, adattata su misura, permetteva di ottenere dai fedeli
terrore e sottomissione generale.
[...] Le nuove nozioni non falliscono il loro scopo e
penetrano rapidamente negli animi. L'Ebreo non soltanto è impuro e contamina
con il suo stesso contatto, ma impuro è tutto quanto gli appartiene o partecipa
alla sua vita. Vi è una scienza, un' arte giudaica; vi sono caffè dove gli
Ebrei sono indesiderabili, e strade per le quali non possono passare.
Estendendo le leggi di Norimberga agli animali di proprietà degli Ebrei, i
Consigli municipali dei piccoli centri rurali fanno divieto agli Ebrei di
portare le loro vacche alla monta del toro comunale. E così le capre, che non possono
essere toccate dal becco comunale. I tosacani rifiutano di tosare i cani di
proprietà degli Ebrei. Nasce un'autentica rivalità tra i provvedimenti dello
Stato (quali erano le leggi di Norimberga) e le iniziative delle autorità
locali o dei semplici privati. La moglie di un membro del Partito
Nazionalsocialista fa acquisti nella bottega di un Ebreo? Il marito verrà
espulso dal Partito e le sue giustificazioni, in base alle quali «non lui, ma
la moglie aveva a sua insaputa comprato dieci pfennings di cartoline
postali dal giudeo Cohn», vengono giudicate insufficienti. I tribunali
distribuiscono senza economia pene di prigione e reclusione per contaminazione
razziale (fin dal 1936 Streicher giudicava queste sanzioni insufficienti e
chiedeva l'introduzione della pena capitale: il suo desiderio venne esaudito
nel 1939) e la giurisprudenza specifica che baci e semplici contatti corporali
costituiscono reati di contaminazione razziale. «La contaminazione razziale è
un crimine peggiore dell'assassinio» proclama un presidente di tribunale a
commento del proprio verdetto. Das Schwarze Korps, organo delle SS,
segnala ai suoi lettori che ogni Tedesco ha il diritto di arrestare un Ebreo
che si mostri in pubblico in compagnia di una donna tedesca, «ove occorra
facendo uso della forza - ma tuttavia non è il caso che lo si leghi salvo in
casi eccezionali»; la giurisprudenza dei tribunali lo esonererà da ogni
responsabilità in caso di errore. Se alcuni procedimenti - come le processioni
e la berlina, gli autodafè dei libri «giudei e degenerati» - presentano
caratteri decisamente medioevali, altri invece - come ad esempio un'incredibile
legge del 26 agosto 1938, in base alla qual ogni Ebreo doveva prendere il nome
di Israele e ogni Ebrea quello di Sara - derivano direttamente dalle pratiche
magiche dei popoli primitivi. [...]
Così un'atmosfera di sacro orrore poté impregnare in
diversa misura milioni e milioni di menti tedesche. Se una minoranza esecrava
l'Ebreo, nutrendo verso di lui un odio omicida, vi era una maggioranza, non
fondamentalmente antisemita, che permetteva lo si uccidesse e vi prestava la
mano, poiché lo vedeva oggetto di esecrazione. «Essa aveva imparato a non
guardare: si tratta del destino degli Ebrei, non del nostro». Una vecchia
sentinella della Wehrmacht così replicava stupita ad un prigioniero che aveva
detto di essere Ebreo: «Ma perché me lo dici? Al tuo posto sarei morto di
vergogna piuttosto che confessare una cosa simile!».
Furono queste le condizioni che resero possibile il
genocidio. Tali premesse psicologiche erano indispensabili: poche migliaia di
SS del servizio ebraico o dei "gruppi d'azione", pur con l'aiuto di
trecento o quattrocentomila Waffen-SS, non avrebbero mai potuto assassinare sei
milioni di esseri umani senza la tacita connivenza di tutto il popolo tedesco e
della sua Wehrmacht.
L. POLIAKOV, Il nazismo e lo sterminio degli ebrei
LE
ESECUZIONI IN MASSA DI EBREI
Il mio capo operaio ci recammo direttamente alle
fosse. Udii una rapida successione di spari dietro uno dei mucchi di terra. Le
persone scese dagli autocarri - uomini, donne e bambini, di tutte le età - per
ordine di un milite delle SS che impugnava una frustra da cavallo o da cane,
dovevano spogliarsi e deporre gli indumenti in determinati posti: in uno i
vestiti, in un altro la biancheria, in un altro le scarpe. Potei vedere un
mucchio di scarpe, circa 800 o 1000 paia, e pile di biancheria e di abiti.
Ad un certo momento un uomo delle SS presso la fossa
gridò qualcosa al suo camerata. Questi contò circa venti persone e ingiunse
loro di andare dietro la montagnola di terra... Mi ricordo bene di una ragazza,
slanciata e dai capelli neri, che nel passarmi vicino indicò se stessa dicendo:
«Ho ventitre anni».
Girai dietro la montagnola e mi trovai dinanzi a una
tomba orrenda. Vi erano corpi a mucchi stesi gli uni sugli altri, in modo che
solo le teste erano visibili. A quasi tutti il sangue scorreva dalla testa
sulle spalle. Alcuni si muovevano ancora. Alcuni alzavano le braccia e
voltavano la testa per indicare che erano ancora vivi. La fossa era già piena
per due terzi. Giudicai che contenesse circa mille persone. Guardai la persona
incaricata di sparare. Era un uomo delle SS; stava seduto sull'orlo
dell'estremità più stretta della fossa, con le gambe ciondoloni. Sulle
ginocchia aveva un mitra e fumava una sigaretta.
Le vittime, completamente nude, scesero nella fossa e
passando sui cadaveri che vi si trovavano raggiunsero un punto indicato dal
milite delle SS. Si distesero sui morti e sui feriti; alcuni carezzavano coloro
che erano ancora vivi parlando loro a bassa voce. Poi udii una serie di spari.
Guardai nella fossa e vidi corpi che si contorcevano o teste già immobili sui
morti distesi sotto di loro. Dalle nuche scorreva sangue.
HERMANN GRÄBE, Dichiarazione giurata al tribunale
di Norimberga
LO
STERMINIO DEI "SUBUMANI"
Dalla deposizione del comandante del Lager di
Auschwitz, Rudolf Höss, al processo di Norimberga:
«La "soluzione finale" del problema ebraico
significava il completo sterminio di tutti gli ebrei d'Europa. Mi fu dato
l'ordine, nel giugno del 1941, di creare, ad Auschwitz, installazioni per lo
sterminio. A quel tempo nel governatorato centrale della Polonia esistevano già
tre altri campi di sterminio: Belzec, Treblinka e Wolzek [...].
Feci una visita a quello di Treblinka per vedere come
si procedeva allo sterminio. Il comandante del campo di Treblinka mi disse di
aver liquidato 80.000 persone nel corso di un semestre. Era stato incaricato di
liquidare prima di tutti gli ebrei provenienti dal ghetto di Varsavia.
Egli usava monossido di carbonio. Ma io non ritenni
che i suoi metodi fossero molto efficienti, per cui, quando ad Auschwitz
organizzai i locali per lo sterminio, usai lo Zyklon B, acido prussico in
cristalli, che veniva fatto cadere nella camera della morte da una piccola
apertura. Per uccidere coloro che vi si trovavano bastavano da tre a quindici
minuti, a seconda delle condizioni atmosferiche. Sapevamo che le persone erano
morte quando le grida cessavano. In genere aspettavamo una mezz'ora prima di aprire
le porte e portar via i cadaveri. Poi i nostri Kommandos speciali
toglievano loro gli anelli e i denti d'oro.
Rispetto a Treblinka, un altro progresso fu la
costruzione di camere a gas che contenevano duemila persone alla volta: mentre
a Treblinka le dieci camere a gas del campo potevano servire solo per duecento
persone ognuna».
Da un discorso segreto tenuto il 4 ottobre 1943 da
Heinrich Himmler, capo delle SS e della polizia tedesca, agli ufficiali delle
SS di Poznan:
«Ciò che le nazioni ci possono dare, per quanto
riguarda un sangue dello stesso tipo del nostro, noi lo prenderemo, se
necessario, portando via i loro bambini e educandoli qui, insieme ai nostri.
Che le nazioni vivano in prosperità o muoiano di fame come bestie, a me importa
solo nella misura in cui avremo bisogno degli appartenenti ad esse come schiavi
per la nostra Kultur, altrimenti, per me, sono prive di ogni interesse.
Se diecimila donne russe che lavorano a scavare una
trincea anticarro cadono a terra sfinite, ciò mi importa solo in quanto quella
trincea deve essere portata a termine per la Germania.
[...] Molti di voi sanno cosa significa quando cento
cadaveri sono allineati fianco a fianco. O cinquecento. O mille. Aver resistito
e nello stesso tempo, a parte poche eccezioni causate dalla debolezza umana,
essere rimasti individui onesti, ecco che cosa ci ha resi così duri. È una
pagina di gloria della nostra storia che non è mai stata scritta e non deve
essere mai scritta».
Da un discorso di Erich Koch, commissario del Reich per l'Ucraina, del 5 marzo 1943:
«Noi siamo la razza dei signori e dobbiamo governare
in modo giusto ma duro [...]. Io spremerò fino all'ultimo questo paese. Non
sono venuto qui per spargere la felicità [...]. La popolazione deve lavorare e
ancora lavorare [...]. Insomma, non siamo venuti qui per distribuire la manna
dal cielo. Siamo venuti qui per creare le basi per la vittoria.
Noi siamo una razza superiore, e dobbiamo ricordarci
che il lavoratore tedesco del livello più basso è, razzialmente e
biologicamente, mille volte superiore a questa popolazione».
Da una lettera del 23 luglio 1942 di Martin Bormann,
segretario del partito nazista e braccio destro di Hitler:
«Gli slavi sono tenuti a lavorare per noi. Coloro di
cui non abbiamo bisogno possono anche morire. [...] L'istruzione è pericolosa.
Sarà sufficiente che sappiano contare fino a cento. [...] Ogni persona istruita
è un nostro futuro nemico. Lasceremo loro la religione come diversivo. Quanto
ai viveri, non ne avranno più dello stretto necessario.
Noi siamo i padroni. Veniamo prima noi».
LE
GIUSTIFICAZIONI DI GOEBBELS
In virtù della loro nascita e della loro razza, tutti
gli ebrei partecipano ad un complotto internazionale contro la Germania
nazionalsocialista; desiderano la sua disfatta ed il suo annientamento. E se,
nel Reich stesso, non trovano più che magre possibilità di raggiungere questo
scopo, ciò non deve essere attribuito alla loro lealtà, ma unicamente al fatto
che noi abbiamo preso contro di essi delle misure appropriate.
Una di queste misure è l'istituzione della stella
gialla. E questa è una decisione straordinariamente umana, una misura di igiene
profilattica, direi, destinata ad impedire che l'ebreo si insinui non veduto
nelle nostre file per seminarvi la discordia [...]
Gli ebrei sono una razza di parassiti che si spande
come una muffa putrida sulle civiltà dei popoli sani ma con poco istinto.
Contro tutto ciò, vi è un solo rimedio efficace: incidere e strappare. Vi sono
differenze fra gli uomini come vi sono fra gli animali. Conosciamo uomini buoni
e uomini cattivi come conosciamo animali buoni e animali cattivi. Il fatto che
l'ebreo viva ancora fra noi non prova che è dei nostri, come la pulce non è
considerata un animale domestico per il solo fatto che abita nelle nostre case.
JOSEPH GOEBBELS, È colpa degli ebrei (articolo
su Das Reich, 16 novembre 1941)
I TEDESCHI
SAPEVANO?
Il comportamento dei capi nazisti della Germania nel
loro desiderio di distruggere gli ebrei è spiegabile: essi prendevano sul serio
le proprie teorie e credevano che l'Europa sarebbe stata migliore senza gli
ebrei. È sorprendente, benché ancora spiegabile, che uomini simili fossero
diventati i governanti di uno Stato moderno, potente, altamente civile. Quello
che resta difficile da capire, ma essenziale per chiunque desideri comprendere
il comportamento dell'uomo nella società, è come essi fossero in grado di
organizzare il massacro e di portarlo a termine su questa scala, senza trovare
resistenza. Il problema centrale è perché i tedeschi, il cui governo era
responsabile delle uccisioni, permisero che esse avvenissero. Una domanda
cruciale è questa: quanti tedeschi sapevano quello che stava succedendo?
Purtroppo è impossibile stabilirlo. A quel tempo c'erano forti motivi - paura
di punizioni, paura di accettare responsabilità - per evitare di indagare nelle
attività delle SS e della polizia. A partire dal 1945 il desiderio di
discolparsi indusse necessariamente a professioni di ignoranza. Qualsiasi
risposta a questa domanda può solo essere approssimativa e incerta. Il governo
tedesco non proclamò apertamente che cosa stesse facendo; al contrario, da
parte di coloro che erano direttamente responsabili, furono prese misure
elaborate per trarre in inganno, comprese misure per illudere se stessi: essi
scrivevano e parlavano di «emigrazione» degli ebrei, di «risistemazione in
oriente», di «soluzione finale della questione ebraica», e così via.
È certo che tutti in Germania sapevano che gli ebrei
venivano deportati: una misura per se stessa inumana. Probabilmente molti
tedeschi pensavano che gli ebrei sarebbero stati realmente trasferiti altrove;
questa convinzione poteva essere rafforzata dal fatto che il piano originario
dei nazisti, fino al 1941, era stato quello di eliminare gli ebrei europei obbligandoli
ad emigrare oltremare: si pensava soprattutto di mandarli nel Madagascar. In
seguito il progetto di trasferirli in «oriente» poteva sembrare soddisfacente a
molti. Le SS si presero la briga di stendere rapporti particolareggiati sulla
vita degli ebrei «trasferiti». Un'altra pratica fu quella di incoraggiare i
deportati a scrivere cartoline ad amici e conoscenti: queste venivano poi
raccolte e spedite a intervalli, dopo che le vittime erano state uccise.
Venivano pubblicate istruzioni sul modo in cui si doveva spedire la posta agli
ebrei «trasferiti». Le voci su ciò che realmente accadeva potevano essere
considerate propaganda nemica.
La posizione di alcuni di coloro che lavoravano
direttamente per il governo era diversa. Il meccanismo amministrativo implicato
nelle uccisioni era complesso e vasto; era difficile non sospettare che qualche
cosa non andasse. Paura o indifferenza producevano un'incallita complicità o
una penosa passività. [...] Dopo la guerra, un alto funzionario del ministero
degli Esteri spiegò di non aver mai protestato contro l'uccisione degli ebrei
in Russia perché «non poteva far nulla», e che i suoi superiori erano
ugualmente «impotenti». Essi aspettavano semplicemente un «cambiamento di
regime». A chi gli chiedeva se fosse giusto aspettare «e nel frattempo mandare
migliaia di persone a morire», egli rispose: «Domanda difficile».
All'interno dell'esercito esisteva certamente una
conoscenza diffusa delle operazioni mobili di sterminio, specialmente fra gli
ufficiali delle retrovie e negli stati maggiori delle formazioni al fronte.
Qualche notizia giunse ai soldati stessi (le unità di combattimento delle SS,
benché composte in gran parte semplicemente di soldati combattenti,
comprendevano anche alcuni che avevano avuto a che fare direttamente con i
massacri). Il 10 ottobre 1941 il feldmaresciallo della VI armata emanò un
ordine: «Il soldato deve avere piena coscienza della necessità di contromisure
dure ma giuste contro i sottouomini ebrei». [...] Per l'esercito, quindi, e
forse anche per coloro che in patria sentivano parlare degli apparati mobili
per le uccisioni in oriente, queste attività rientravano nella lotta contro i
partigiani odiati e temuti [...].
Pochi tedeschi conoscevano tutta la storia. Tutti
sapevano delle «deportazioni», molti delle stragi in oriente. Entrambe le cose
potevano essere spiegate: una portava a una risistemazione, l'altra era parte
della guerra, un aspetto della lotta contro i partigiani. Tutti si rendevano
conto che le SS erano dure e spietate ed esse non erano né ammirate né amate
[...]. La reputazione delle SS era tale che i genitori rispettabili
desideravano tenerne fuori i propri figli. Alcuni pensavano addirittura che i
misfatti delle SS potessero essere non ufficiali e non autorizzati e che non fossero
un aspetto inevitabile del regime: il Führer li avrebbe fatti cessare se non
avesse avuto troppo da fare con la guerra. Un esempio sorprendente è la storia
delle lagnanze rivolte allo stesso Hitler dalla moglie di Baldur von Schirach,
un eminente capo nazista, sulla natura preoccupante di un rastrellamento di
ebrei ad Amsterdam: Hitler rispose naturalmente alle sue osservazioni con
impazienza e irritazione.
R.A.C. PARKER, Il XX secolo, vol.I, Europa
1918-1945
indice Repubblica di Weimar Adolf Hitler Tacito il Volk tedesco l’ebreo
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