L'ARTE DEGENERATA

 

 

 

 

Il 15 novembre 1933 il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels formò la Camera della Cultura del Reich (Reichskulturkammer), che di fatto stabiliva quali artisti potevano lavorare e cosa si potesse mostrare al pubblico: una ferrea censura costrinse i pochi artisti non allineati rimasti in Germania al silenzio.

Negli anni '20 e '30 la Germania aveva generato scrittori, pittori e storici di ogni tendenza, ma i bersagli principali del regime furono coloro che si occupavano di arti figurative. Questo perché il nazismo aveva subito capito l'importanza e il fascino che esercitavano sulla massa le immagini, tanto da sfruttarle intensamente nella sua propaganda: Hitler voleva che la popolazione fosse circondata da simboli di potere. Allo stesso modo occorreva distruggere le opere che lanciavano messaggi non rispondenti all'ideologia nazionalsocialista. I movimenti dell'arte moderna, senza distinzioni, furono presto definiti "degenerati" e "corrotti". I nazisti volevano dimostrare che i pittori astratti contemporanei e gli espressionisti trasmettevano valori che avrebbero ostacolato il ritorno della Germania alla supremazia in Europa, inquinavano con le loro rivoluzionarie soluzioni e tecniche la presunta bellezza fisica e spirituale del vero tedesco. Secondo Hitler, che si considerava egli stesso un artista, l'uso ardito del colore e di immagini surreali da parte di questi pittori era una distorsione della natura.

Nell'ottobre 1936 la sezione d'arte moderna della Nationalgalerie di Berlino fu chiusa: fu istituito un tribunale che purgasse le gallerie e i musei di tutto il paese. Si calcola in circa 16.000 il numero di tele, disegni, sculture che finirono nella categoria dell'"arte degenerata", la maggior parte di espressionisti e di pittori moderni tedeschi, anche se vi furono comprese opere di grandi stranieri come Picasso, Van Gogh, Cézanne. Le migliori furono messe all'asta a Lucerna, mentre diverse migliaia furono bruciate nel cortile della sede del Corpo dei Pompieri di Berlino nel marzo 1939. Alcune opere si salvarono, essendo state requisite dal maresciallo Hermann Göring in persona, desideroso di tappezzare di capolavori le pareti della sua residenza.

Ma distruggere le opere degli artisti non bastava: era necessario mobilitare l'opinione pubblica contro gli artisti stessi. Nell'estate del 1937, a Monaco furono allestite due mostre contemporaneamente. Una esibiva le opere di artisti ben accetti al regime, dove si esaltavano eroismo, dignità ariana, muscoli, fatica ed i valori semplici e sani delle rustiche famiglie lavoratrici dai capelli biondi e gli occhi azzurri e dove soprattutto facevano mostra di sé innumerevoli ritratti del Führer. Quattrocentomila persone visitarono la mostra.

L'altra si svolgeva nella nuovissima Casa dell'Arte Tedesca, terminata quell'anno e progettata da uno dei più importanti architetti nazisti, Paul Ludwig Troost. All'interno c'era una mostra grottesca, intitolata "Arte degenerata". Vi erano esposte oltre 650 opere delle avanguardie del XX secolo, con grande concentrazione di quelle espressioniste, senza cornici e nella più totale confusione. I titoli erano stati aggiunti dagli organizzatori: un quadro, raffigurante un gruppo di lavoratori agricoli, era intitolato Contadini tedeschi visti alla maniera yiddish. Un opuscolo fungeva da guida, essenzialmente in senso concettuale: mostrava al visitatore quale fosse il modo "giusto" di interpretare le opere esposte avvicinandole a prodotti di dilettanti o di malati di mente. Una condanna ulteriore di tali opere derivava dal fatto che, appartenendo a istituzioni pubbliche, erano state acquistate col denaro del "popolo lavoratore tedesco". Adolf Ziegler, che tenne il discorso di inaugurazione della mostra, definì i lavori esposti «prodotti della follia, della spudoratezza, dell'incapacità e della degenerazione». Due milioni di visitatori si riversarono nella Casa dell'Arte.

 

 

LA RAPPRESENTAZIONE ATTRAVERSO IL COLORE: L'ESPRESSIONISMO

 

«Un solo grido d'angoscia sale dal nostro tempo. Anche l'arte urla nelle tenebre, chiama soccorso, invoca lo spirito: è l'espressionismo... L'occhio dell'impressionista sente soltanto, non parla; accoglie la domanda, non risponde. Invece degli occhi gli impressionisti hanno due paia di orecchi, ma non hanno bocca... Ed ecco l'espressionista riaprire all'uomo la bocca. Fin troppo ha ascoltato tacendo, l'uomo: ora vuole che lo spirito risponda». Così scriveva Hermann Bahr nel 1916, nel libro che si intitola appunto Espressionismo.

In poche righe Bahr, con una prosa essa stessa espressionista, indicava le caratteristiche del movimento: una volontà esasperata di comunicazione, di espressione, che si vale del colore, della linea, del tema stesso della composizione. Contrariamente all'impressionismo, che si proponeva di elaborare i dati della natura, l'espressionismo accentuò prevalentemente il ruolo del soggetto, le sue emozioni, la sua interiorità. Contrariamente al simbolismo, non voleva alludere, accennare, ma esprimere compiutamente, anzi urlare le proprie verità.

La parola espressionismo ha origini poco chiare. Alcuni la attribuiscono a Julien-Auguste Hervé, che chiamò expressionisme alcuni suoi quadri naturalistici esposti nel 1901 a Parigi, altri al critico Vauxcelles, che l'avrebbe usata parlando di Matisse, altri ancora al gallerista Paul Cassirer, che di fronte a un quadro di Pechstein avrebbe detto che non si trattava più di impressionismo, ma di espressionismo. In ogni caso il termine divenne di uso comune intorno al 1911.

I precedenti dell'espressionismo si possono ritrovare nella pittura drammatica, carica di problematiche esistenziali e nello stesso tempo affidata alla violenza del colore, di Van Gogh, di Gauguin, di Ensor, di Lautrec e soprattutto di Munch, che nel 1902 espone a Berlino più di 70 opere. Anche il diffondersi della scultura negra e primitiva, la cui "moda" stava soppiantando quella giapponese cara all'Art Nouveau, aveva contribuito a suggerire un'espressione decisa e diretta, che avesse l'immediatezza comunicativa della deformazione e il fascino, grottesco e aggressivo, di un'estetica antirinascimentale.

La lettura di Nietzsche, del teatro tragico di Strindberg e di Wedekind, l'attenzione ai valori dell'emozione e dell'istinto contrapposti alla miopia della ragione e del positivismo, la critica alla civiltà europea e alla società borghese in nome di un ritorno a un'umanità primigenia e libera sono alcuni degli elementi che concorsero a creare il clima espressionista. Un clima che si diffuse dagli inizi del secolo soprattutto in Germania, ma che trovò paralleli in Francia, Austria, Belgio e, più episodicamente, in ogni paese europeo.

Cronologicamente il primo gruppo espressionista è quello francese dei fauves, che espose a Parigi al Salon d'Automne nel 1905. È allora che il critico Vauxcelles, scorgendo una scultura tradizionale in mezzo alle opere di Matisse, Marquet, Van Dongen, Dufy, Derain, Friesz, Braque, Manguin, Vlaminck pare abbia esclamato: «Ecco Donatello fra le belve!» ( = fauves). Il colore acceso, paragonato dagli artisti stessi a un "tubetto di dinamite", il rifiuto delle leggi prospettiche, del volume e del chiaroscuro tradizionali, l'utopia di una natura febbrile e pulsante, luogo dell'istinto e della felicità (La gioia di vivere si intitola un quadro di Matisse) sono i principali aspetti espressionistici comuni ai fauves.

Nello stesso 1905 si formò a Dresda il gruppo del Ponte (Die Brücke), di cui facevano parte Kirchner, Bleyl, Schmidt-Rottluff, Heckel e successivamente Nolde, Pechstein e altri artisti. «Animati dalla fede nel progresso, in una nuova generazione di creatori e di spettatori, noi ci appelliamo a tutta la gioventù, e come la gioventù che è portatrice dell'avvenire vogliamo portare la libertà di agire e di vivere di fronte alle vecchie forze tanto apprezzate. Sono con noi tutti quelli che riproducono con immediatezza ciò che li spinge a creare» scrive Ernst Ludwig Kirchner nel 1906.

Rispetto ai francesi, con cui pure dimostravano affinità e punti di contatto, i pittori tedeschi rivelavano una derivazione romantica che si sarebbe sviluppata in senso più accentuatamente tragico e talvolta mistico. Più profonda, inoltre, era l'attenzione per le tecniche grafiche, che permettevano una linearità angolosa e tormentata, con forti contrasti tra luce e ombra, considerata come una ripresa della tradizione popolare germanica.

Il fauvismo si esaurì presto, intorno al 1907. Più ampia fu la parabola della Brücke, che si trasferì nel 1911 a Berlino (e a questo spostamento geografico corrisponde uno spostamento tematico: alla natura si sostituiscono soggetti ispirati all'uomo, alle città, alle strade, al paesaggio urbano, al circo e al varietà, alla solitudine della metropoli) e che si sarebbe sciolta verso il 1913.

Altri artisti comunque manifestarono poetiche parallele a quelle dei due gruppi. In Austria si possono considerare espressioniste le opere tarde di Klimt e, più propriamente, quelle di Schiele e Kokoschka. A questi vanno accostati altri gruppi espressionisti, tra cui sono compresi il gruppo monacense del Cavaliere azzurro (Der blaue Reiter) nel cui ambito nacque l'astrattismo, il Novembergruppe, un sodalizio di artisti e di architetti che si costituì nella Repubblica di Weimar nel primo dopoguerra, il dadaismo di Berlino o di Dresda.

Tra il 1920 e il 1924 inoltre, sempre in Germania, prese vita il movimento della cosiddetta Nuova Oggettività: si trattò di un gruppo composito che, pur potendo essere considerato espressionista per la violenza di molti suoi esiti, unì a un'aspra denuncia sociale (soprattutto in artisti come Beckmann, Grosz, Dix, Käthe Kollwitz) una dimensione più freddamente analitica.

Va comunque tenuto presente che l'espressionismo, più che un movimento, fu un clima, una forma di linguaggio che accentuava il valore emotivo della comunicazione. E dunque in molti casi più che di "espressionismo" bisognerebbe parlare di "aspetti espressionistici" di un artista.

 

 

ARTE DI REGIME

 

                                   

 

ARTE "DEGENERATA"

 

                                    

 

                       

 

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